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29.1.13

E' arrivata

Un passo, un respiro, un colpo di scopa... ricordatelo, Nonaddetta, ricordatelo! E spera che avesse ragione il Beppo.
O il Carlone, che diceva "Un passo alla volta e mai più lungo della gamba".
E Conrad non parlava della linea d'ombra, che ti copre l'orizzonte e che devi avere il coraggio di affrontare per crescere?
Invece io adesso vorrei vedere più in là, avere sempre l'orizzonte sgombro, aperto e la direzione chiara. L'ho sempre avuta, la direzione chiara, e le curve non mi hanno mai fatto fare una piega. Ero quella dei sentieri in montagna, fatti proprio di curve e da cui per ore la cima non si vede, eppure vai avanti piano piano con la tranquillità che la cima è sempre al suo posto e quindi per forza ci arriverai. Mi sa che le decine di migliaia di km in autostrada mi hanno un po' traviata.

Fatto sta che a inizio mese già percepivo l'ombra che strisciava, e zac! oggi mi è piombata in testa. Per fortuna c'è un bellissimo cielo azzurro a bilanciare il mio pensiero fisso: non ho più un lavoro nè idea di come trovarne un altro - neanche del settore in cui cercarlo per la verità, ergo ho sbagliato tutto, ergo sono un'incapace, ergo perdo stima di me stessa e ho il sacro terrore che la perda anche il resto del mondo, in particolare il Nonaddetto.
Lui replica che la nostra fiducia reciproca non è basata sulla carriera e dunque non può essere scalfita da qualsiasi cosa capiti in quel campo. Io gli sono grata per queste parole e spero che sia vero.
La mia fiducia in me, però, è parzialmente basata su questo e dunque può essere scalfita eccome.

Allora.
Mi appiglio alla percezione del colloquio con la Ditta Strana, che di per sè era andato bene.
Cerco di portare avanti quanto più possibile i lavori nella casa perchè non siano d'intralcio dopo, quando Pipo sarà in grado di restare per un po' con qualcun altro e io potrò tornare a caccia fuori.
Cerco qualche corso che mi dia competenze diverse: non mi assumono con la pancia, ma in realtà il cervello funziona e dunque posso imparare. Se gli annunci per impiegate amministrative non mancano mai, dopotutto perchè no? Impara l'arte... Però ci sono difficoltà da districare. Il tempo stringe e alcuni corsi sono lunghi. Non tutti sono vicini e guidare, anche solo 1+1 ora, inizia a pesare. E poi mi confondo: sarà meglio un percorso sulla contabilità, o sulle capacità di vendita, o sul business plan, o su LCA (), o... sui nidi domestici? Tutto è utile, ma molti corsi non sono gratuiti e... ce n'è uno che in questo momento può fare da asso nella manica?
Uscire, andare a parlare con qualcuno che possa dare qualche dritta... o che possa prendere nota che esisto... pensarci, trovare questi qualcuno.

Detesto chi in questi momenti lascia cadere buoni consigli completamente campati per aria o mi dice come dovrei, o non dovrei, sentirmi. Lasciatemi in pace. Hanno forse fatto magie, i vostri consigli, finora? Fatemi percepire la vostra presenza, il vostro supporto, ma lasciate che mi arrangi dato che non potete, in reatà, aiutarmi in questo. (A scanso di equivoci: questa era per mia mamma, che non aveva certo l'intenzione di farmi star male ma è riuscita lo stesso a peggiorare la situazione. Poi me la son fatta passare, eh)
Mi ricolloco mentalmente sul vecchio sentiero, fatto di curve, dove la cima si nasconde a lungo, su cui capitano banchi di nebbia fredda e umida da cui uscire per scaldarsi, mi ostino ad ascoltare se qualche falco chiama e a pensare che ci dev'essere per forza una cima da cui si vede il paesaggio vasto aperto e illuminato e magari perfino, nei giorni migliori, il mare lontano. Non è ancora affatto finita, è solo esasperantemente lunga e lenta.

Da qui

3.10.12

E poi ci sono giorni meravigliosi

Per esempio quelli in cui ti danno il risultato di certe analisi e pare - scaramanticamente lasciamo la conferma alla visita - che tu e qualcuno a cui terresti molto, se avessi il coraggio di crederci, siete un po' al limite, ma ancora nel range che dice che va bene, e alcuni dei mostri possibili non sembrano essersi accorti di voi. E allora ti cade davvero un peso grosso dalle spalle, e ti senti benissimo e vorresti offrire il caffè a tutto l'edificio. E non ti importa più della paura che ti avevano urlato nelle orecchie e nel cuore e che ti aveva lasciato in trance per un piccolo ma interminabile periodo, non ti importa un bel niente perchè adesso è passata, e se altre devono venire verranno ma per oggi è festa ed è leggerezza e luce.

7.3.12

Spigoli


È successo a 18 anni.
L’ultimo anno delle superiori. Scegliere l’università. Quasi tutti vanno nella stessa, è prestigiosa, vicina, ci vanno gli altri e così ci si vedrà ancora. Anch’io ci vorrei andare. Io da sempre senza migliori amiche, timida a volte scambiata per snob, con un piccolo animale selvatico che mi vive dentro e che si trasmette, non visto, come eredità familiare di storie dolorose troppo vecchie ma evidentemente non ancora abbastanza sbiadite, una bestiolina curiosa di interazioni ma conscia di essere quella debole e di voler sopravvivere, così facile da spaventare, fai un movimento brusco e sparisce nel bosco, non la vedrai più. Io che ostinatamente cerco e frequento qualche bolla felice in cui guardo incredula le persone prendersi cura, con assoluta naturalezza, le une delle altre, al meglio delle loro possibilità o almeno in buona fede, e cerco di imitarli. Ma non sono gruppi totalizzanti - che rifuggo: non mi proteggono dall’esterno, mi concedono una pausa di qualche ora ma il resto della vita è un problema mio, com’è giusto. E io nel mondo normale raramente riesco a bucare la buccia mia e altrui, e se succede finalmente ci si parla e ci si capisce un po’ e ci si dice a vicenda ah guarda, davvero non avevo capito niente di te, ti credevo predatore ma eri anche tu come me.
 
Io che non ho mai davvero legato con nessuno, ho improvvisamente paura di perdere quelle persone, che nonostante le bucce avevo sentito un po’ più vicine dei classmates delle elementari e medie. Quelli mi avevano rifilato anni soffocanti, sopportati supportando chi era colpevole di una qualsiasi diversità e incapace di difendersi perché ancora meno aggressivo di me. Credo succeda lo stesso a parecchie persone. Qualcuno si era permesso di mettere una pubblica lapide sulla mia futura vita sentimentale, urlandomi in cortile “è inutile, non piacerai mai a nessuno!”. Mi accorgo che non mi ricordo più di preciso chi fosse.
 
Avevo reagito comunicando il meno possibile per tutti quegli anni, aspettando che passasse. Era passata, avevo incontrato persone vagamente più simili a me, che avevano voglia di fare qualcosa e di vedere il mondo, mi avevano concesso 5 anni di ricreazioni piuttosto solitarie o in compagnia caritatevole, questa volta con me nei panni della mendicante, ma anche molte ore passate a ridere sottovoce battagliando con navi o auto da corsa sui fogli a quadretti. Avevano anche bellamente ignorato la profezia sentimentale. E adesso so che li perderò e piango.
 
Per la prima volta piango per qualcuno, e nessuno si accorge che è la prima volta che mi succede. Non avevo pianto nemmeno per la morte del nonno, avrei voluto sentire qualcosa ma non avevo potuto sentire niente. Quando ho chiuso la mia prima ingenua storia, per un anno non ho voluto sentire canzoni d'amore, ma non ricordo di aver pianto.
 
I miei mi spronano a non lasciarmi legare, vedrai che in un anno si saranno già persi di vista, conoscerete tante altre persone, vai più lontano, in qualche posto più aperto, più umano (averne, di genitori così!). Ed è vero almeno in parte, nessun posto è perfetto ma ricordo quel primo anno come una elettrizzante sequenza di giorni pieni di vita. Ma non lo sapevo, sapevo solo la mia improvvisa inaspettata paura di perdere quelle persone. Dal momento in cui divento cosciente di quella paura mi capita di piangere altre volte. Un’assemblea d’istituto comprende Dead Man Walking e io piango per la prima volta davanti a un film.
 
Di sicuro dentro me c’è molto lavoro per riparare la crepa nella mia corazza, perché di lì stanno entrando quelle cose che mi fanno piangere. Cose piccole, non sono cose di salute quindi sono cose da niente, eppure quanti adulti non hanno mai imparato a gestire la paura di restare soli, di non essere capiti, di non riuscire a capire, e si sono semplicemente tenuti al riparo delle loro corazze.
  
E contemporaneamente.
 
Mio fratello ai primi anni nella mia stessa scuola. Gioca online con qualche amico: questi ragazzi per me sono facce intraviste nelle foto di classe e minuscoli cavalieri che corrono per lo schermo, coi loro soprannomi che li rincorrono appesi all’elmo.
 
Poi.
Uno di loro, e un tir.
 
Il motorino, la vicinanza, la turbolenza, un tentato sorpasso, chi lo sa. Andava a vedere una ragazza, andava in giro, chi lo sa. Un tir e un corpo di ragazzo, impossibile sperare.
 
Questa cosa si è infilata nella mia crepa e lo sbarramento è esploso. Sento il dolore. Lui. I suoi genitori. Amici. La ragazza che lo aspettava. Il paese. I vicini. I professori. Mio nonno. I bambini "diversi". Tutti. Tutto. Di botto sono una stazione radio sintonizzata sul canale del mondo che piange. È difficile da dire e da credere, ma per qualche giorno non riesco a smettere di piangere, dai miei occhi vorrebbe uscire tutto quello, mio o altrui, che non era uscito nei miei pochi anni. Mi dico che se esiste Dio deve conoscere tutto il dolore del mondo e mi chiedo come possa non morirne. Forse solo perché conoscerà anche tutta la gioia. Piano piano riesco a controllare la piena, ma non dimentico come si piange.
 
Adesso, se mi si trasmettono emozioni io le ricevo. Non solo tristemente! Era difficile chiudere la porta alle emozioni dolorose e lasciar voce a quelle piacevoli. Ho iniziato a comunicare con gli altri, a mostrare loro me stessa e a vedere loro. A vedere che parecchi girano corazzati. Se si può arrivare a 18 anni essendo gentili ma distaccati, riuscendo a non farsi quasi mai toccare, immagino si possa continuare per tutta la vita. A volte manca ancora naturalezza nelle mie interazioni, e tantomeno sono scomparsi i miei difetti, ma vedo da sola che molte cose sono migliorate e so che continuo a imparare. Il piccolo animale si spaventa con meno facilità. È stato morso e ha avuto conferma della sua vulnerabilità, ma ha anche visto che è sopravvissuto bene e che è, di solito, svelto a guarire. Non ho ancora mai pensato che fosse meglio prima.
 
Se potessi riporterei indietro il piccolo cavaliere che correva sullo schermo. Certo nessuno dei suoi immagina che abbia dato un colpo per cui la mia corazza è stata fatta a pezzi al punto che non ho potuto ripararla più di tanto.

14.9.11

Puntaspilli

Ti hanno minacciato una grandinata. Anche se in questi giorni il tempo è più variabile che sereno certo non sembra promettere grandine all’improvviso, ma la minaccia ha buttato un’ombra sul tuo pezzettino di terra, e nel cuore. E più della desolazione che la grandine, se arrivasse, lascerebbe a terra tra le foglie peste e i frutti uccisi, è odioso il disprezzo che lui, con la sigaretta all’angolo della bocca, ti versa in capo a coronamento della possibile distruzione: che se il tuo orto fosse divelto, sarebbe per giustizia divina perché te lo meriti perché era un brutto orto perché sei un incapace – sul suo, non cadrebbe nemmeno un chicco.
Però tu fischietti quando fai l’orto. Tratti le piantine con gentilezza, te ne prendi cura andando anche un po’ più in là del bordo del tuo orticello, e ogni tanto ti dimentichi che stai vangando perché hai visto una bella farfalla, o una bella nuvola. Se passo di là ci si saluta, magari mi regali due pomodori - e te ne dimentichi subito dopo, ma ti ricordi delle mele che ti ho portato io.
Certo che il suo, orto, è professionale. Non c’è paragone. Ci sbircio dentro se posso, e spesso mi sorbisco interminabili di monologhi sulle sue meraviglie – monologhi, che intervenire, anche solo a monosillabi, è impossibile - a volte reagisce a qualcosa che ho buttato là, ma è già tre frasi più avanti. Lo faccio perché ho un orticello anch’io, ma come te sembro l’hobbysta della domenica. Allora cerco di imparare qualche segreto della sua indubbia arte, mi chiedo quando ha imparato questa infinità di cose, e lo ammiro. E apparentemente ci tiene molto a spiegarmi tutto, proprio tutto.
Ma curiosamente la conclusione è sempre la stessa: quando me ne vado sono svuotata, triste, dubito serissimamente di poter mai combinare qualcosa di buono e da qualche parte monta una sorda aggressività che non so contro cosa sfogare. E capisco che non lo fa per cattiveria ma per fragilità, ma è una fragilità devastante.
Wikipedia, Vegetable garden
E adesso sono qui che temo per il tuo orticello, e ti vedo assentire mortificato e concordare che non sarebbe una gran perdita, non è certo un orto professionale, pazienza. Fanno male a me questi spilli, non so come potrebbero non far male a te, ma non so come difenderti.
Vorrei solo dirti, appena lui se ne sarà tornato ad ammirare il suo regno, ed è indubbio che sia infinitamente migliore dei nostri fazzoletti di terra, dirti che forse non diventeremo mai veri orticoltori ma, se dovessi proprio scegliere, preferisco passare per il vialetto dove ti sento fischiettare, farsi due chiacchiere, regalarti una mela e ripartire mangiandomi un pomodoro un po’ ammaccato, giocando a trovare le forme alle nuvole.

Aggiornamento: dopotutto, per ora non ha grandinato :)

19.8.11

Al fiume

Conosco una famiglia con tre figli:
- NumeroUno, famoso per essere tranquillo come uno tsunami;
- NumeroDue, guanciotte tonde e codine bionde, degna sorella di suo fratello;
- NumeroTre, ciliegina sulla torta.

Per qualche hanno ho fatto l'animatrice di frontiera al loro paesello. Dico di frontiera perché il paesello sta a circa 700 m slm, quindi è "là sui monti" ben contrapposto a "qua in piano", e tra "i monti" e "il piano" (che sta a 300 m slm) non corre troppo buon sangue.
I genitori di NumeroUno-Due-Tre sono ottimi rappresentanti, non senza buone ragioni, di questo campanilismo all'ennesima potenza, dove la cittadozza che ha amministrativamente fagocitato il paesello mal lo sopporta ("quei montanari") e il paesello fagocitato non sopporta affatto la cittadozza ("ci hanno chiuso la posta e vorrebbero chiudere pure la scuola? E comunque il nostro carro di carnevale vince sempre la sfilata"). In questo contesto, per un pianuricolo avventurarsi al paesello può presentare alcuni rischi più o meno velati.

Io ero chiamata a rimpolpare l'esiguo numero di animatori disposti a offrire un'attività socializzante che i ragazzini potessero fruire senza doversi spostare nella cittadozza. Nel gruppo c'erano sia NumeroUno che NumeroDue, mentre il terzo stava ancora sulla nuvoletta in attesa di venire giù.
Ho iniziato a recarmi al paesello ogni sabato pomeriggio e ogni volta venivo picchiata. Dai bambini. Capitemi, i più grandini delle elementari hanno una stazza paragonabile alla mia, alle medie parecchi mi superano. E la lotta è impari: io non posso picchiare loro o rischio la denuncia.
NumeroUno era tra i picchiatori, nonostante mi conoscesse da quando senza dubbio la più alta ero io. Durante le "attività" non stava fermo un secondo facendo venire il mal-di-mare-in-montagna a tutti gli altri, comuni mortali, che perdevano il filo della storia per colpa sua mentre lui la seguiva sempre benissimo - anche a testa in giù, strisciando sotto una sedia o passando e assestandoti un calcio o un pugno. Finché, illuminata, gli ho detto "Ma NumeroUno, se mi picchi mi fai male e se mi fai male io penso che non mi vuoi bene". Ha spalancato gli occhi e ha smesso.
Gradualmente mi hanno accettata tutti e alla fine eravamo come panna e cioccolato. Quando me ne sono andata mi hanno scritto una letterina commoventissima che ho ancora incorniciata e appesa.

Anni dopo ho reincontrato NumeroUno durante le feste natalizie: babysitterava NumeroTre cercando evitare che si infilasse sotto le auto che giravano per il piazzale, o che falciasse correndo le vecchiette che cercavano di arrivare presto al caldo. Mi ha detto:
"NumeroTre non sta fermo un secondo e bisogna corrergli dietro in continuazione, anche a casa, sempre di corsa e io certe volte mi sento stanco..."
NumeroUno! Quello che sfiniva tutti una volta eri tu! Oh-oh... mi si è un po' stretto il cuore perché ho visto che stava diventando grande.

Brian Stansberry da Wikimedia commons e lakdasun.com
Forse crescere vuol dire perdere quell'energia esplosiva e incontenibile. Ma conto, dato che l'energia non si crea e non si distrugge, che si limiti a trasformarsi in un'energia più incanalata, a volte forse sotterranea, ma potenzialmente più possente. Spero che NumeroUno, e non solo lui, adesso che non è più una sorgente che saltella e ti spruzza, trovi un bel modo, il suo modo, di essere un fiume: placido tranne qualche piena, e con tutta l'acqua necessaria per la vita di molti.

1.6.11

Cambi di pettinatura

C’è una signora, al Paesello Adottivo dove la mia famiglia abita senza averci messo radici,: una signora di cognome locale importante, amica di famiglia da sempre e sempre presente nei momenti topici anche se abita un mondo che comunica col nostro ma ne rimane distinto. Che io ricordi, questa signora ha sempre avuto la stessa pettinatura finchè, poco tempo fa, l’ha improvvisamente cambiata. There is no such thing as a small change, non esistono piccoli cambiamenti e grazie ai nuovi ricci io ho visto, dietro il personaggio, la persona: che cambia e si definisce per desideri e tentativi e speranze ed errori. Oggi torno, per firmare il mio contratto, nella Grande Città, anche lei signora di un mondo presente ma altro dal mio, che ha sorpreso tutti e forse anche se stessa osando un cambio di pettinatura.

Non so se la direttrice ferroviaria nord-sud sia messa meglio, ma quella est-ovest ha subìto la decimazione: buona parte dei treni soppressi e tariffa dei rimanenti impennata per incassare comunque più di prima. Non si chiama raggiro, truffa o ladrocinio ma razionalizzazione dell’offerta.

La sveglia era programmata alle 4.30, orario più che barbaro [dicesi barbaro qualunque orario che inizia con un numero a 1 cifra], lunedì prossimo sarà anticipata ancora. Fatto è che la sveglia avrà pure suonato, ma con risultati pratici piuttosto insoddisfacenti: il Nonaddetto ne conserva un vago ricordo, io no. Io sognavo di loschi figuri che spostavano reperti e reliquie su antiche scacchiere internazionali. Embè? Qualcuno dovrà pur salvare Gotham City mentre voi dormite. No che non avevo mangiato pesante. Non avevo mangiato proprio, ero a fare l’esame del corso di europroggect managgement, mi auguro tutti promossi bravi bene bis. Il Nonaddetto, ahilui cooptato come taxista, si è svegliato di soprassalto alle 5.15, la gatta tutta felice che fossimo già svegli, noi un po’ meno, no tempo per colazione, no caffè, no trucco, no panic. Scomparsa la felpa (meglio che non gli occhiali come di solito), allora prendi il giubbino, la gatta salta su e giù contagiata dall’agitazione, hai preso i biglietti, hai preso il portafoglio, vuoi il tomtom no ho la cartina, via di corsa. C’è di buono che la Piccola Città è piccola davvero e a strade sgombre il tragitto appartamento-stazione richiede minuti 5. Non proprio come all’ora di punta, come quando andavo a yoga alle 19 e dovevo partire alle 18 e la lezione mi serviva per smaltire lo stress degli automobilisti inferociti incontrati lungo il tragitto. Se il bus avesse le corsie preferenziali e le corse non finissero alle 20...

La signorina registrata invita gli accompagnatori a scendere dal treno e di lì a poco il mio cellulare suona: la mamma mi annuncia premurosa che oggi c’è sciopero dei mezzi urbani e lunedì ci sarà dei treni. Infatti oggi mi serve la metro e lunedì chiaramente mi riserve il treno. Ma come fanno a sapere sempre tutto? Devono esserci delle cimici in casa mia. Potrei procurarmi un deltaplano a motore. O forse dato che è bassa stagione Babbo Natale potrebbe prestarmi una renna volante.

Dopo la prima ora il neurone esce dallo standby e mi leggo “Indignatevi!”, regalatomi da una giovane erede spirituale dei padri della Costituente, libriccino minuscolo e denso scritto da un 93enne "monsieur pacato e sorridente" (che adesso ha scitto pure "Impegnatevi!"). Mi lascia con un boccone della sensazione, persa per strada in un momento che mi sforzo inutilmente di ricordare, che ho la possibilità di fare qualcosa, e qualcosa di buono. Meraviglia! In coda riporta la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, me la leggo lentamente, poche cose hanno un peso specifico tanto alto. Perchè non ce la leggono ad ogni TG, come commento alle notizie che ci danno? Perchè nessuno me l’ha mai letta neanche a scuola? Perchè non ci ho pensato prima io, a leggermela? Meraviglia, meraviglia. Ti da’ voglia di fare, e di fare qualcosa di buono, e di credere e di sperare. Allora ci penso e scopro che spero in tante cose. Voi sperate?

15.5.11

Habemus pagam

Il Professore ha l’aria buona e alla Nonaddetta da’ l’impressione di un tipo umano, ma avendolo solo intravisto a un paio di congressi l’ipotesi è tutta da verificare.
Con il Ricercatore1 la Nonaddetta aveva lavorato per 15 giorni nella Nuova Fantascientifica Sede e le era sembrato allegro, distruttivo, problematico, pessimista, pignolo, entusiasta, appassionato e determinato a lavorare tanto e bene.
Il Ricercatore2 è il più giovane dei tre commissari, ha un accento genericamente meridionale (l’identificazione degli accenti è un’arte a me oscura), sembra il più tranquillo e ligio alle regole dei tre ma non si può escludere che sia un’acqua cheta.
Il colloquio va bene anche se subito dopo il Professore e il Ricercatore1 litigano, ma poi fanno la pace, più o meno. Cominciamo bene. Comunque la Nonaddetta avrà, a partire da giugno, 18 mesi di lavoro nella Grande Città, con tanto di paga e contributi pensione. Affronterà un trasloco di laboratorio dalla Nuova Fantascientifica Sede (troppo costosa, credo) alla Vecchia Storica Sede. Affronterà tematiche in parte simili a quelle che conosce e in parte nuove, alcune scientificamente interessanti, imparerà a usare qualche nuovo strumento e vedrà come lavora un altro gruppo, dopo quello della Piccola Città e quello del Centro di Ricerca. Dovrà cavarsela nel primo (ultimo?) vero post-doc della sua carriera da ricercatrice, in cui per la prima volta conta davvero non tanto  quanto sei preciso nell’eseguire ma se ti viene qualche buona idea. La cosa la spaventa un po’, ma è una sfida che voleva affrontare e se non fosse arrivata in questo campo se la sarebbe cercata in un altro.

Wikimedia commons by AutoCCD
La Nonaddetta è cosciente che la probabilità che questo contratto abbia un senso oltre “sbarcare il lunario” (e dici niente!), cioè se servirà a costruire una carriera unitaria e coerente, dicevo questa probabilità oscilla tra lo zero assoluto e il nulla, almeno in Italia. Ma con la filosofia del “se domani finisse il mondo, io oggi pianterei un melo è molto grata di avere avuto questa possibilità e determinata a impegnarcisi anche se dopo dovesse dedicarsi ai merletti, o all’allevamento delle oche capitoline da impiegare come antifurto ecologico. Cercherà di far pubblicare i lavori del dottorato che giacciono nel cassetto in attesa solo di un po’ di autostima e si impegnerà per prepararne altri (casomai all’estero qualcuno cercasse una giovane, timida ricercatrice con un CV che inizi a diventare decente). E si sforzerà di usare questi stessi 18 mesi per vincere un po’ se stessa e dedicarsi alle PR (ambito in cui ogni volta fatica a iniziare, per poi prenderci anche gusto) per crearsi un “dopo”, preferibilmente nel settore ambientale ma (casomai nessuno cercasse giovani con CV decenti ma lacunosi alla voce "impieghi nel settore privato") non resterà insensibile al fascino delle oche capitoline.

4.5.11

La meravigliosa, esagerata, spudorata nuvola bianca

Susino - Prunus domestica L. Da Wikimedia commons, foto di Rasbak
Nella primavera di una decina di anni fa la Nonaddetta, appena giunta nella Piccola Città per i suoi studi universitari, pedalava tra l'appartamento e il centro studi quando un albero è fiorito e l'ha fatta innamorare.
Da un giorno all'altro si è trasformato da una muta e immobile statua di rami in una esagerata nuvola bianca, sfacciatamente strabordante di fiori spudoratamente profumati. Dopo l'inverno più piovoso che avesse mai inzuppato la Nonaddetta (o forse era il fatto che in bici ti accorgi se piove ben più che in auto?!), la fioritura di questo albero lungo la stradina campagnola era un graditissimo segno che la stagione si avviava a diventare più clemente (tsè, non conoscevo ancora l'andazzo meteo locale!). Nei giorni successivi la Nonaddetta rallentava le pedalate quando passava sotto l'albero per riempirsi gli occhi di fiori, respirare il profumo e ascoltare le api. Poi i fiori sono spariti, sono comparsi i frutticini e la Nonaddetta, pazientemente, ha aspettato che maturassero e poi ha ampiamente mostrato all'albero che apprezzava i risultati del suo lavoro. L'albero doveva essere lì da molto tempo e, anche se il campo a fianco era ancora coltivato, nessuno si curava più di aspettare e raccogliere le susine.
L'inverno successivo era diverso perchè conteneva un segreto: la Nonaddetta sapeva cosa si preparava sui rami muti e aspettava la nuova nuvola bianca e profumata. Senonchè. Giusto prima che l'albero fiorisse è stato tagliato.

Sorvoliamo sul magone. Per un po' di giorni la Nonaddetta pedalava e arrivata alla curva lanciava uno sguardo triste al ceppo, poi un giorno l'ha visto: un sottile pollone in mezzo all'erba. E poi altri. Ah-ah, l'albero non si era arreso. Ma era chiaro che al primo taglio dell'erba i germogli sarebero stati falciati. Li tenevo d'occhio passando, sperando che gli altri non li avessero visti, aspettando che crescessero un po'. Poi ne ho tagliati alcuni e li ho portati in appartamento, ri-sperando che radicassero. Nel frattempo l'erba è stata tagliata e, anche se sono tornata spesso a controllare nel periodo successivo, non ho più visto germogli. Ma uno dei miei, dopo due settimane di suspance, ha fatto radici e si è trasformato in un nuovo piccolo albero. Non un figlio del vecchio ma un nuovo se stesso, uguale al primo: come se mi fossi tagliata un dito e da quello fosse ricresciuta un'altra me. Passando alla curva guardavo il ceppo e gli dicevo: sei salvo, sei stato testardo e hai avuto fortuna, vedrai altri posti attraverso i fiori di una specie di fratello.
L'alberello è cresciuto e quando ha avuto un paio d'anni è stato accolto nel giardino dei miei. La pianta ha già un bel tronco, sfoggia l'enorme vigore tipico dei pruni e fa una bella figura: le foglie rossastre in tutte le stagioni hanno un bell'effetto ornamentale e la fioritura si è già fatta notare da umani e api. Quest'anno porta anche un bel numero di frutticini. Ieri, di passaggio dai miei tra la Città delle Bambole e la Piccola Città, volevo fare all'alberello una potatura a verde, perchè è talmente vigoroso che la può sopportare bene.
Artista sconosciuto, USDA, 1889.
Da NCGR-Corvallis
Senonchè. Mi è caduto l'occhio su un rametto. Secco. Con le foglie attaccate. Curvo "a pastorale". Con una gocciolina di liquido che fuoriusciva.
No.
No.
No.
Aiuto.
Anni fa il magnifico biancospino dei miei, alto oltre due metri, si è ammalato dell'innominabile. Nonostante il mio consiglio da dottore delle piante (taglialo a zero e brucia tutto perchè può contagiarti qualsiasi rosacea, cioè metà del giardino: meli, peri, susini, l'altro biancospino, e beh per assurdo non credo le rose), il babbo che gli era molto affezionato ha insistito per cercare di salvarlo, e adesso lo capisco. Abbiamo cercato tutti i rami con i sintomi della malattia e li abbiamo tagliati 70 cm più in basso del sintomo visibile. Quelli che mostravano macchie scure interne li abbiamo tagliati ancora, fino a raggiungere legno apparentemente sano. Abbiamo disinfettato e sigillato tutti i tagli. Abbiamo bruciato i pezzi malati. E abbiamo sperato. La pianta, martoriata, si è pazientemente messa a ricrescere e non si vedevano sintomi nè su di lei nè su altre piante del giardino.
Wikimedia commons, foto di Trachemys
Fino a ieri. Avevo smesso di tener d'occhio il biancospino e ieri mi sono resa conto che è secco per metà. Con alcuni rametti come fulminati, curvi su se stessi che si tengono strette le foglie nere. Non so se bisogna fare denuncia della malattia, non siamo in una zona frutticola, ma so che è meglio tagliare e bruciare di nuovo tutte le parti malate. E so che vorrei salvare il mio albero.
Ho tagliato senza pietà due dei rami principali. Uno aveva una macchia scura interna e ho tagliato ancora. Non vedo altri sintomi. Spero, di nuovo. Quest'albero è tutto una speranza. Ho preso tre rametti giovani e proverò a farli radicare di nuovo, ri-sperando che non abbiano nessun @#£$%&*ç batterio sopra. Difficile dargli l'antibiotico, anche se ci sono paesi dove lo fanno!
Voglio vedere altre nuvole spudoratamente profumate ancora per molti, moltissimi anni.
Tutti, se è possibile!