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8.2.13

Il nostro primo bairro

Dopo la prima micro visita alla città, la suora che ci fa da guida e body guard decide che siamo pronte per visitare un bairro. Cosa vuol dire? Quartiere. Ma lo dici come se indicasse solo quei quartieri-baraccopoli che abbiamo intravisto dall'aereo, il centro città non è un bairro? Non l'ho mai saputo.

Il toyota ci porta fuori dalle strade asfaltate, non ricordo proprio dove parcheggiamo, ed eccoci scese... come dire? Qui siamo davvero fuori dalla boccia dei pesci rossi. Qui è "l'altro mondo", quello che tutti sappiamo esistere ma generalmente non vediamo mai - se non in immagini di repertorio sullo sfondo di un servizio al tiggì: ma prima di avere il tempo e la voglia di farci qualche domanda, arriva il servizio sul nuovo trend di stagione, e ci scordiamo del resto. Questo resto adesso ci circonda, noi quattro giovani bianche pulite. Se riapro lo scarno diario di quei giorni ritrovo, registrate, le stesse identiche sensazioni che ho vive in mente; uno dei pochi casi in cui la mia memoria è affidabile. Mi sento in imbarazzo. Le altre o mostrano a loro volta di essere impacciate, oppure sono estremamente disinvolte - estrazione degli occhiali da sole dalla custodia, pulizia delle lenti, occhiali inforcati e via. La gente ci ignora, ma tutti registrano la nostra presenza insolita; la suora ce lo dice, i bianchi non bazzicano molto per i bairri. Loro, le suore, se non altro non sono facce nuove, ma noi sì. Vorrei poter cogliere tutti i dettagli che mi stanno intorno - le strade di terra battuta o fango, a seconda del tempo, le baracche di diversi tipi, le persone, il loro abbigliamento, le loro occupazioni, le voci, gli odori - ma non oso guardare, mi sento un'intrusa invadente, ho la pelle gli occhi i capelli chiari, i miei vestiti sono umili ma certo senza buchi nè macchie, nessuno mi conosce e ha idea del perchè sia lì ma è palese che non appartengo al luogo, non ho detto "Buongiorno, è permesso?" e dunque cerco almeno di non esagerare.
In effetti non c'è una sola faccia amichevole nei dintorni. Se incontriamo sguardi, sono scontrosi e diffidenti.

Chi sono questi bambini? Sono tutti fratelli, o parenti, oppure no? Cosa fanno, la guardia al grano messo ad asciugare, o cos'è quella roba sulla stuoia? E la legna? L'hanno preparata loro? Per usarla e venderla? Sembrano passarinhos, uccellini, in gabbia dentro il recinto pur lasco della baracca... cosa staranno pensando che siamo?

Non ci sono intenti artistici nella modifica della foto, solo la speranza di rendere i protagonisti un po' meno riconoscibili. Sono grata alle mie compagne di viaggio per aver scattato qualche foto più di me nei bairri; io ero a disagio e ho fotografato solo in quei rari momenti in cui pensavo che non ci fosse nessuno in giro. Ne abbiamo parlato, poi, e non l'avremmo presa bene se un giapponese o uno statunitense fosse arrivato davanti a casa nostra, avesse fatto foto alla casa e a noi, e se ne fosse andato... Inoltre quasi sempre i soggetti delle foto sono bambini. La privacy vale solo per noi? Sono passati anni e questi ragazzini sono - spero - cresciuti, e nella mia stessa esperienza è difficile riconoscere in foto le persone che cambiano in fretta; non ho intenzione di mancar loro di rispetto e spero di non farlo involontariamente.
La suora però è partita in quarta e ci porta a conoscere un paio di persone. Che abitano qui:

E' una delle baracche peggiori, non difende bene nè dal sole nè dalla pioggia, non protegge dalle zanzare, non è solida, non è salubre, non ha bagno nè servizi di alcun tipo - l'acqua in casa non credo l'abbia nessuno, ma si può avere la luce. Ci abita una ragazzina, piccola, timida e taciturna, difficile da far sorridere. E' magra e tubercolotica e si deve prendere cura del fratello con un ritardo mentale. Sono rimasti orfani. Non ho idea di come potrebbero sbarcare il lunario senza un piccolo sostegno delle suore e, mi auguro, di altre persone che li conoscono. Non hanno altri familiari? Qualcuno almeno porta loro un po' di aiuto, se non li prende in casa? Le cure per la tubercolosi non sono gratuite? Quanto è grave la sua forma, risponde alle cure? ... si cura, vero? La aiutate a curarsi?

  
In questo momento eravamo talmente a disagio che non solo io, ma nessuna di noi riusciva a pensare di fotografare. E' la suora che ha preso di forza una delle nostre macchinette e ha fatto foto, quasi con rabbia, perchè potessimo ricordare senza scuse e potessimo condividere. Allora condivido, sempre sperando di non far male, anzi come se fosse un ordine morale, un po' - si può dire? - come "Se questo è un uomo": ricordate e insegnatelo ai vostri figli, altrimenti siate maledetti.
Mentre venivano scattate queste foto ricordo nettamente di aver guardato il fango là intorno e la gente sospettosa, e noi a far le giapponesi, e di aver pensato "Un mese qui sarà molto lungo". E' stata la prima ed unica volta in cui ho seriamente dubitato che fosse stata un'idea sensata intraprendere questo viaggio.

Lasciamo i fratelli e continuiamo a girare per il bairro. Qui le baracche sono migliori, hanno un'ossatura di pali di legno riempiti con pietre - una capacità termica molto maggiore rispetto alla semplice palizzata di canne; i tetti però sono sempre in lamiera e non oso pensare cosa diventi l'interno sotto il sole estivo - l'emisfero è quello sud, qui in agosto è inverno, è meno caldo ed è più asciutto - e di giorno fa molto caldo già così, anche se la sera è fresco. Alcuni bambini che si occupano di vendere frutta e verdura su piccole bancarelle (Come funziona questo mercato? Tutti vendono le stesse cose, chi le compra??) si mostrano un po' meno diffidenti e sufficientemente curiosi da rispondere al saluto della suora cogliendo l'occasione di studiarci un po' più da vicino prima che ce ne andiamo. Dato che dopotutto non abbiamo mangiato i primi due, nel giro di un momento si stanno chiamando e ne arriva una frotta; curiosi e vivaci, bambini insomma.



Capiscono rapidamente che abbiamo in mano macchinette fotografiche e si divertono come matti a farsi fotografare e poi guardarsi nello schermino. Il mio è minuscolo, la mia macchinetta è proprio una cosa cheap, ho cercato qualcosa che non mi svenasse e che usasse le pile stilo perchè mi avevano avvertito che l'umidità locale avrebbe scaricato le batterie con rapidità impressionante; vero, le mie ricaricabili non tenevano nulla, non ho mai capito però se le batterie che compravamo in loco fossero già scariche al momento dell'acquisto......... Giochiamo al gioco del "Guarda come sono fotogenico" e collezioniamo, nel cuore molto più che nelle immagini, dei sorrisi meravigliosi. Quasi tutti, anche oggi, hanno lineamenti bellissimi. Ecco, adesso ci sentiamo di nuovo bene: siamo persone che, senza essersi mai viste prima e senza avere nemmeno la lingua in comune, al di là delle riconoscibilissime differenze reciproche, scoprono una salda base comune più che sufficiente per passare un po' di tempo insieme: un sorriso è un sorriso, un gioco è un gioco, la curiosità è umana e la voglia di ficcare il naso più forte della fifa.



Non so i nomi di questi bambini, che oggi spero siano tutti ragazzi, ma sono loro grata per avermi regalato un momento di comunicazione semplice e diretta. Li ricordo e auguro loro tutto il bene possibile. Chissà se loro si ricordano delle "giapponesi" che sono passate come meteore quel pomeriggio... se sì, ci avranno prese per turiste e basta? E pensare che noi stavamo cercando di capire il mondo!
E davvero qualcosa abbiamo imparato, in quel mese.
Il rispetto, per iniziare.
Stavamo sperimentando quella che sarebbe stata la costante del viaggio: vedi l'orribile (è un uomo? è un bambino? perchè permettiamo questo?) e vedi il meraviglioso (ma... sono molto più felici dei bambini che conosco io! sono molto più serene e forti di me!). Vuoi risparmiarti l'orribile? Spesso perdi anche il meraviglioso.
L'orribile va affrontato e risollevato, ma ricordando che in quella stessa persona con cui combatti l'orribile - la malattia, la fame, la disoccupazione, l'ignoranza, la violenza, l'abbandono, la povertà estrema - c'è anche il meraviglioso: la capacità di sorridere e di resistere come tu non sai. Molta più forza di quella che pensavi ci fosse in chiunque. Rispetto, quindi, tanto per iniziare. Guai a chi guarda le foto e mi dice "poverini": io mi rivedo davanti a loro e non avrei mai osato dir loro "poverini". Togliti  le scarpe perchè il suolo che calpesti è sacro, "giapponese", e sii felice per quello che oggi ti è stato regalato. Sono molto più in gamba di me, questi poverini; cerchiamo piuttosto di smettere di impigrirci o disperarci e di fare anche noi la nostra parte: perchè se è possibile resistere per loro, allora è possibile anche per noi fare quello che abbiamo paura sia impossibile! Coraggio e avanti insieme, magari giocando per strada se ce ne viene voglia.

7.11.12

Beira

Beira significa "riva", na beira do mar è sulla riva del mare - se ho capito bene. E' un porto, infatti, con una lunghissima spiaggia di sabbia dorata e sottile... vuota, perchè dalla gente del posto è usata come posto su cui stai in piedi mentre pieghi le reti da pesca, o su cui ti siedi mentre secchi i pesciolini al sole, o come cacatoio pubblico data la comodità dello scavare buchi; solo tra un'attività e l'altra ci si concede del riposo come fa chi è in vacanza (che piante sono queste? che mollusco era questo che ha lasciato questo guscio? che pesci pescano? perchè perfino gli uccelli bianchi e neri stanno separati?), e i bambini giocano. Turisti non ce ne sono, con buona pace del Club con piscina che se ne sta a un certo punto della spiaggia e accoglie solo i pochi abitanti benestanti - in parte bianchi. Quindi ti puoi godere la vista di Lignano Sabbiadoro com'era, tranne forse per gli scheletri di navi arenate (come sono finite qui?!). Avremo modo di camminare spesso lungo la spiaggia, usandola al posto della strada soprattutto per andare e venire dall'orfanotrofio... perchè vedere il mare ci consolerà in quelle occasioni.

Click per ingrandire. L'argenteo della foto in basso a sinistra sono pesci a seccare.
E questo, in cui il sole la sera tramonta a velocità vertiginosa, tanto che se devi cercare la macchinetta non hai neanche il tempo di scattare la foto, è l'Oceano Indiano. A pensare che stiamo respirando quest'aria, che per me sa di storia e di navigatori e di esploratori e di Marco Polo e di Sandokan e di tutto tranne che del posto in cui ti svegli la mattina perchè ci abiti, come capita alla gente di qui... a me fa emozione.

A dire il vero però il nostro giro turistico è iniziato dal centro città, che è meno poetico. O forse lo era soprattutto verso sera, con poca gente in giro, e per me che ero di certo poco capace di leggere quello che vedevo. Vedevo brutti edifici in buona parte abbandonati e occupati da persone che trovavano utili un tetto e delle mura di cemento, immagino soprattutto nella stagione piovosa, nonostante non fossero dotati - nè dotabili - di servizi come l'acqua e la corrente elettrica. L'esempio per eccellenza è il Grande Hotel, abitatissimo pur se in queste condizioni. E se, da noi, in tempo zero spunterebbero collegamenti abusivi alla rete elettrica, in un posto in cui l'elettricità è scarsa non è facile nemmeno rubarla, quindi la sera l'hotel non è illuminato. Di che anni sono questi edifici? Dagli anni '60 sono iniziate le ribellioni che hanno portato alla guerra d'indipendenza, quindi devono essere precedenti... l'hotel è degli anni 50. Perchè in Europa si costruivano edifici eleganti e qui i portoghesi hanno fatto questi orrori? O sono edifici più recenti e già diroccati? L'hotel era considerato una meraviglia, prima del saccheggio. Il resto della città... meriterebbe qualche ricerca di vecchie immagini per capire.
I soldi per sistemarli non ci devono essere, perchè dove ci sono gli effetti si vedono: se vedi un palazzone restaurato, è una banca. E che dire del "monumento alla Coca-Cola", una bottiglia di cemento dalla forma inconfondibile che troneggia dall'alto di un'aiuola al centro di una rotatoria: rotatoria che la Coca-Cola ha generosamente offerto al Comune... Ci sono anche condomini abitati in modo regolare, da gente che paga l'affitto, naturalmente; come ci sono negozi, viali alberati e giardinetti mangiati dal sale, quel che c'è in una città di mare qualsiasi. Solo, qui ci sono anche questi mostri, e in generale niente è stato costruito per essere bello. Inconcepibile. Ho capito i portoghesi tirchi, ma... Chissà se Maputo, la capitale, è meglio? Chiariamoci... non ho la mania dell'architettura. Ma il confronto con tutti i posti che ho conosciuto stride a tal punto che non posso non chiedermi quale fosse lo spirito con cui i coloni si erano installati qui; l'impressione sfocata trasmessa dai palazzoni è quella del puro utilitarismo, senza nessuno sforzo di portare qualcosa di sè e senza piani di lunga durata. Pare che questa fosse la cenerentola delle colonie portoghesi, la stella era il Brasile: era là che andavano i soldi, qui la gestione era affidata a una compagnia privata! Ma dovrei studiare un po' più di storia.
Quello che non so ancora, in questa mia prima sera di respiri avidi di oceano e di sguardi spauriti sui palazzoni bui, è che - per fortuna - la mattina dopo ritroverò l'atmosfera affollata e viva intravista di sfuggita alla festa in piazza (era la festa della donna, ora che ho ricostruito!); e che quella folla sarà così onnipresente e compenetrata a tutto, per tutto il mese, che mi farà decidere che quella è Beira. Se potessi entrare all'hotel e conoscerne gli abitanti, credo che li troverei uguali a quelli che incontreremo fuori, nelle baracche: altrettanto vivi, e sconvolgenti per questo.

7.3.12

Spigoli


È successo a 18 anni.
L’ultimo anno delle superiori. Scegliere l’università. Quasi tutti vanno nella stessa, è prestigiosa, vicina, ci vanno gli altri e così ci si vedrà ancora. Anch’io ci vorrei andare. Io da sempre senza migliori amiche, timida a volte scambiata per snob, con un piccolo animale selvatico che mi vive dentro e che si trasmette, non visto, come eredità familiare di storie dolorose troppo vecchie ma evidentemente non ancora abbastanza sbiadite, una bestiolina curiosa di interazioni ma conscia di essere quella debole e di voler sopravvivere, così facile da spaventare, fai un movimento brusco e sparisce nel bosco, non la vedrai più. Io che ostinatamente cerco e frequento qualche bolla felice in cui guardo incredula le persone prendersi cura, con assoluta naturalezza, le une delle altre, al meglio delle loro possibilità o almeno in buona fede, e cerco di imitarli. Ma non sono gruppi totalizzanti - che rifuggo: non mi proteggono dall’esterno, mi concedono una pausa di qualche ora ma il resto della vita è un problema mio, com’è giusto. E io nel mondo normale raramente riesco a bucare la buccia mia e altrui, e se succede finalmente ci si parla e ci si capisce un po’ e ci si dice a vicenda ah guarda, davvero non avevo capito niente di te, ti credevo predatore ma eri anche tu come me.
 
Io che non ho mai davvero legato con nessuno, ho improvvisamente paura di perdere quelle persone, che nonostante le bucce avevo sentito un po’ più vicine dei classmates delle elementari e medie. Quelli mi avevano rifilato anni soffocanti, sopportati supportando chi era colpevole di una qualsiasi diversità e incapace di difendersi perché ancora meno aggressivo di me. Credo succeda lo stesso a parecchie persone. Qualcuno si era permesso di mettere una pubblica lapide sulla mia futura vita sentimentale, urlandomi in cortile “è inutile, non piacerai mai a nessuno!”. Mi accorgo che non mi ricordo più di preciso chi fosse.
 
Avevo reagito comunicando il meno possibile per tutti quegli anni, aspettando che passasse. Era passata, avevo incontrato persone vagamente più simili a me, che avevano voglia di fare qualcosa e di vedere il mondo, mi avevano concesso 5 anni di ricreazioni piuttosto solitarie o in compagnia caritatevole, questa volta con me nei panni della mendicante, ma anche molte ore passate a ridere sottovoce battagliando con navi o auto da corsa sui fogli a quadretti. Avevano anche bellamente ignorato la profezia sentimentale. E adesso so che li perderò e piango.
 
Per la prima volta piango per qualcuno, e nessuno si accorge che è la prima volta che mi succede. Non avevo pianto nemmeno per la morte del nonno, avrei voluto sentire qualcosa ma non avevo potuto sentire niente. Quando ho chiuso la mia prima ingenua storia, per un anno non ho voluto sentire canzoni d'amore, ma non ricordo di aver pianto.
 
I miei mi spronano a non lasciarmi legare, vedrai che in un anno si saranno già persi di vista, conoscerete tante altre persone, vai più lontano, in qualche posto più aperto, più umano (averne, di genitori così!). Ed è vero almeno in parte, nessun posto è perfetto ma ricordo quel primo anno come una elettrizzante sequenza di giorni pieni di vita. Ma non lo sapevo, sapevo solo la mia improvvisa inaspettata paura di perdere quelle persone. Dal momento in cui divento cosciente di quella paura mi capita di piangere altre volte. Un’assemblea d’istituto comprende Dead Man Walking e io piango per la prima volta davanti a un film.
 
Di sicuro dentro me c’è molto lavoro per riparare la crepa nella mia corazza, perché di lì stanno entrando quelle cose che mi fanno piangere. Cose piccole, non sono cose di salute quindi sono cose da niente, eppure quanti adulti non hanno mai imparato a gestire la paura di restare soli, di non essere capiti, di non riuscire a capire, e si sono semplicemente tenuti al riparo delle loro corazze.
  
E contemporaneamente.
 
Mio fratello ai primi anni nella mia stessa scuola. Gioca online con qualche amico: questi ragazzi per me sono facce intraviste nelle foto di classe e minuscoli cavalieri che corrono per lo schermo, coi loro soprannomi che li rincorrono appesi all’elmo.
 
Poi.
Uno di loro, e un tir.
 
Il motorino, la vicinanza, la turbolenza, un tentato sorpasso, chi lo sa. Andava a vedere una ragazza, andava in giro, chi lo sa. Un tir e un corpo di ragazzo, impossibile sperare.
 
Questa cosa si è infilata nella mia crepa e lo sbarramento è esploso. Sento il dolore. Lui. I suoi genitori. Amici. La ragazza che lo aspettava. Il paese. I vicini. I professori. Mio nonno. I bambini "diversi". Tutti. Tutto. Di botto sono una stazione radio sintonizzata sul canale del mondo che piange. È difficile da dire e da credere, ma per qualche giorno non riesco a smettere di piangere, dai miei occhi vorrebbe uscire tutto quello, mio o altrui, che non era uscito nei miei pochi anni. Mi dico che se esiste Dio deve conoscere tutto il dolore del mondo e mi chiedo come possa non morirne. Forse solo perché conoscerà anche tutta la gioia. Piano piano riesco a controllare la piena, ma non dimentico come si piange.
 
Adesso, se mi si trasmettono emozioni io le ricevo. Non solo tristemente! Era difficile chiudere la porta alle emozioni dolorose e lasciar voce a quelle piacevoli. Ho iniziato a comunicare con gli altri, a mostrare loro me stessa e a vedere loro. A vedere che parecchi girano corazzati. Se si può arrivare a 18 anni essendo gentili ma distaccati, riuscendo a non farsi quasi mai toccare, immagino si possa continuare per tutta la vita. A volte manca ancora naturalezza nelle mie interazioni, e tantomeno sono scomparsi i miei difetti, ma vedo da sola che molte cose sono migliorate e so che continuo a imparare. Il piccolo animale si spaventa con meno facilità. È stato morso e ha avuto conferma della sua vulnerabilità, ma ha anche visto che è sopravvissuto bene e che è, di solito, svelto a guarire. Non ho ancora mai pensato che fosse meglio prima.
 
Se potessi riporterei indietro il piccolo cavaliere che correva sullo schermo. Certo nessuno dei suoi immagina che abbia dato un colpo per cui la mia corazza è stata fatta a pezzi al punto che non ho potuto ripararla più di tanto.

11.2.11

Nell'anno 1897

1.       Nasce la parola computer
2.       Bram Stoker pubblica Dracula
3.      Karl Elsener brevetta il coltellino svizzero, Guglielmo Marconi la radio (a Londra)
4.       Si inaugura il Teatro Massimo di Palermo (il terzo d'Europa)
5.       Un gruppo di studenti di un liceo classico di Torino fonda la Juventus F.C.
6.       Oscar Wilde esce di prigione
7.       In Francia le donne sono ammesse alla Scuola di Belle Arti
8.       Minatori americani in sciopero ottengono un sindacato unitario e la giornata di 8 ore
9.       Thomson scopre l’elettrone
10.   Mark Twain scrive al New York Journal: "La notizia che sono morto è un'esagerazione"
11.   A Calcutta si apre il primo ufficio per la raccolta delle impronte digitali degli arrestati
12.   Primi moti di ribellione in India, in occasione dei 60 anni di regno della Regina Vittoria
13.   Parte una spedizione al Polo Nord su pallone aerostatico che finirà in tragedia
14.   Comincia la corsa all’oro nel Klondike. Si unisce anche Jack London
15.   Muoiono Johannes Brahms e S. Teresa di Lisieux. Nasce Paolo VI
16.   A Boston si apre la prima stazione della metro del Nord America
17.   Si sigla la pace fra Grecia e Turchia. Scontri in Benin e Etiopia
18.   Debutta a Parigi il Cyrano de Bergerac
19.   Nasce la prima città pianificata brasiliana, Belo Horizonte
20.   Ventuno soldati Sikh arroccati a Saragarhi ritardano l’avanzata di più di 10.000 afghani

Però. Parecchi nomi illustri, qualche reperto di un mondo che non esiste più e diversi oggetti senza cui non sapremmo più come vivere. Mentre succedeva tutto questo...

21. Si metteva il tetto alla nostra nuova-vecchia casa!

I Nonaddetti l'hanno scoperto standosene a naso all'aria per valutare lo stato del tetto... lo sguardo si è fissato su una scritta, visibilissima e inspiegabilimente finora non notata:

“Pintano (?) fece, il 9 aprile 1897, alle 5 pom., con sole” 

Non sapendo se l'annotazione meteo avesse un significato tecnico-edilizio, alla Nonaddetta il fatto che questo sconosciuto signore le abbia fatto sentire sulla guancia il sole di un pomeriggio di aprile di 114 anni fa, insomma, la commuove un po'.