È successo a
18 anni.
L’ultimo
anno delle superiori. Scegliere l’università. Quasi tutti vanno nella stessa, è
prestigiosa, vicina, ci vanno gli altri e così ci si vedrà ancora. Anch’io ci
vorrei andare. Io da sempre senza migliori amiche, timida a volte scambiata per
snob, con un piccolo animale selvatico che mi vive dentro e che si trasmette, non
visto, come eredità familiare di storie dolorose troppo vecchie ma evidentemente
non ancora abbastanza sbiadite, una bestiolina curiosa di interazioni ma conscia di essere
quella debole e di voler sopravvivere, così facile da spaventare, fai un
movimento brusco e sparisce nel bosco, non la vedrai più. Io che ostinatamente cerco
e frequento qualche bolla felice in cui guardo incredula le persone prendersi
cura, con assoluta naturalezza, le une delle altre, al meglio delle loro possibilità
o almeno in buona fede, e cerco di imitarli. Ma non sono gruppi totalizzanti - che
rifuggo: non mi proteggono dall’esterno, mi concedono una pausa di qualche ora ma
il resto della vita è un problema mio, com’è giusto. E io nel mondo normale raramente
riesco a bucare la buccia mia e altrui, e se succede finalmente ci si parla e
ci si capisce un po’ e ci si dice a vicenda ah guarda, davvero non avevo capito
niente di te, ti credevo predatore ma eri anche tu come me.
Io che non
ho mai davvero legato con nessuno, ho improvvisamente paura di perdere quelle
persone, che nonostante le bucce avevo sentito un po’ più vicine dei classmates
delle elementari e medie. Quelli mi avevano rifilato anni soffocanti, sopportati
supportando chi era colpevole di una qualsiasi diversità e incapace di difendersi
perché ancora meno aggressivo di me. Credo succeda lo stesso a parecchie
persone. Qualcuno si era permesso di mettere una pubblica lapide sulla mia
futura vita sentimentale, urlandomi in cortile “è inutile, non piacerai mai a
nessuno!”. Mi accorgo che non mi ricordo più di preciso chi fosse.
Avevo reagito
comunicando il meno possibile per tutti quegli anni, aspettando che passasse. Era
passata, avevo incontrato persone vagamente più simili a me, che avevano voglia
di fare qualcosa e di vedere il mondo, mi avevano concesso 5 anni di ricreazioni
piuttosto solitarie o in compagnia caritatevole, questa volta con me nei panni
della mendicante, ma anche molte ore passate a ridere sottovoce battagliando
con navi o auto da corsa sui fogli a quadretti. Avevano anche bellamente
ignorato la profezia sentimentale. E adesso so che li perderò e piango.
Per la prima
volta piango per qualcuno, e nessuno si accorge che è la prima volta che
mi succede. Non avevo pianto nemmeno per la morte del nonno, avrei voluto sentire
qualcosa ma non avevo potuto sentire niente. Quando ho chiuso la mia prima ingenua storia, per un anno non ho voluto sentire canzoni d'amore, ma non ricordo di aver pianto.
I miei mi
spronano a non lasciarmi legare, vedrai che in un anno si saranno già persi di
vista, conoscerete tante altre persone, vai più lontano, in qualche posto più
aperto, più umano (averne, di genitori così!). Ed è vero almeno in parte, nessun posto è perfetto ma ricordo quel primo
anno come una elettrizzante sequenza di giorni pieni di vita. Ma non lo sapevo, sapevo solo la mia improvvisa
inaspettata paura di perdere quelle persone. Dal momento in cui divento
cosciente di quella paura mi capita di piangere altre volte. Un’assemblea d’istituto
comprende Dead Man Walking e io piango per la prima volta davanti a un film.
Di sicuro
dentro me c’è molto lavoro per riparare la crepa nella mia corazza, perché di
lì stanno entrando quelle cose che mi fanno piangere. Cose piccole, non sono
cose di salute quindi sono cose da niente, eppure quanti adulti non hanno mai
imparato a gestire la paura di restare soli, di non essere capiti, di non riuscire
a capire, e si sono semplicemente tenuti al riparo delle loro corazze.
E contemporaneamente.
Mio fratello
ai primi anni nella mia stessa scuola. Gioca online con qualche amico: questi
ragazzi per me sono facce intraviste nelle foto di classe e minuscoli
cavalieri che corrono per lo schermo, coi loro soprannomi che li rincorrono
appesi all’elmo.
Poi.
Uno di loro,
e un tir.
Il motorino,
la vicinanza, la turbolenza, un tentato sorpasso, chi lo sa. Andava a vedere
una ragazza, andava in giro, chi lo sa. Un tir e un corpo di ragazzo,
impossibile sperare.
Questa cosa si
è infilata nella mia crepa e lo sbarramento è esploso. Sento il dolore. Lui. I
suoi genitori. Amici. La ragazza che lo aspettava. Il paese. I vicini. I professori.
Mio nonno. I bambini "diversi". Tutti. Tutto. Di botto sono una stazione radio sintonizzata sul
canale del mondo che piange. È difficile da dire e da credere, ma per qualche
giorno non riesco a smettere di piangere, dai miei occhi vorrebbe uscire tutto
quello, mio o altrui, che non era uscito nei miei pochi anni. Mi dico che se
esiste Dio deve conoscere tutto il dolore del mondo e mi chiedo come possa non
morirne. Forse solo perché conoscerà anche tutta la gioia. Piano piano riesco a
controllare la piena, ma non dimentico come si piange.
Adesso, se
mi si trasmettono emozioni io le ricevo. Non solo tristemente! Era difficile
chiudere la porta alle emozioni dolorose e lasciar voce a quelle piacevoli. Ho
iniziato a comunicare con gli altri,
a mostrare loro me stessa e a vedere loro. A vedere che parecchi girano
corazzati. Se si può arrivare a 18 anni essendo gentili ma distaccati, riuscendo
a non farsi quasi mai toccare, immagino si possa continuare per tutta la vita. A
volte manca ancora naturalezza nelle mie interazioni, e tantomeno sono
scomparsi i miei difetti, ma vedo da sola che molte cose sono migliorate e so
che continuo a imparare. Il piccolo animale si spaventa con meno facilità. È stato
morso e ha avuto conferma della sua vulnerabilità, ma ha anche visto che è
sopravvissuto bene e che è, di solito, svelto a guarire. Non ho ancora mai pensato che
fosse meglio prima.
Se potessi
riporterei indietro il piccolo cavaliere che correva sullo schermo. Certo nessuno
dei suoi immagina che abbia dato un colpo per cui la mia corazza è stata fatta
a pezzi al punto che non ho potuto ripararla più di tanto.