16.5.12

La scelta giusta? Non c'è.

Un momento prima era tutto normale, in quel momento posso cambiare qualcosa. Posso anche non farlo, basta tacere ancora, sviare con un altro sorriso, non raccogliere una domanda, tutto continuerà come prima. Oppure posso parlare.
Cosa scelgo, continuo per la strada che ho trovato segnata, o mi metto di traverso? Non posso non scegliere, se non faccio niente sto scegliendo la prima scelta. 
La seconda, invece, la scelta più onesta, trasparente, di chi vuole fare, cambiare, mettersi in gioco, a costo di mostrare i propri limiti, credendo che si può migliorare. E' giusta, in teoria. Allora perché l'amaro in bocca?
  

Perché qualcuno passa per cattivo, ma io non mi sento dalla parte del giusto, non ho ricette, non sono migliore di nessuno.


  
Perché qualcuno passa per buono, ma dov'era finora? E qualcuno pensa che io mi illuda che improvvisamente tutto cambi, che avrò un angelo protettore e che non le prenderò (moralmente) come e più di prima?
 
  
    
Perché a mettersi di traverso si diventa automaticamente brutti e cattivi. Non si ha ragione. E a dire il vero io non voglio averla. Vorrei solo rispetto reciproco.

  
Perché vorrei ragione per tutti e invece non ce n'è per nessuno, ecco perché.
 
Per fortuna il mondo è grande e ci sono tante altre persone con cui spendere le 8 (... 10) ore diurne e ricordarsi che è possibile essere diversi.

2.5.12

Pezzodipane va alla ventura - 1

V. Van Gogh - La Crau
C'ERA una volta un rispettabile signore di campagna. Aveva terre da cui ricavava una discreta rendita ed era abbastanza conosciuto nella sua regione. Parecchi contadini erano alle sue dipendenze ma, poiché la campagna gli piaceva molto, insisteva per supervisionare direttamente ogni nuovo lavoro che venisse intrapreso, senza paura di sporcarsi le mani.
Uno dei suoi dipendenti era particolarmente abile ed esperto; sembrava avere una conoscenza approfondita di quasi tutti gli argomenti, non solo quelli relativi al suo lavoro: aveva anche una vasta cultura. C'era perciò anche chi lo stimava più competente del suo padrone. Era alle dipendenze del nobile signore da molti anni; gli incarichi che riceveva erano diventati sempre più importanti, così come il compenso per i suoi servigi, tanto che ormai aveva assunto lui stesso uno status semi-nobiliare. Da ben 7 anni viveva in una tenuta separata, su cui aveva piantato un bel frutteto.
La tenuta apparteneva formalmente al nobile signore, ma questi vi metteva piede piuttosto raramente: era diventata perciò una specie di piccolo regno a sé. E' vero che il dipendente e il nobile signore si vedevano spesso e si scambiavano opinioni su tutte le faccende piccole e grandi che capitavano nella campagna (sembrava che nulla potesse sottrarsi alla loro attenzione), ma quando faceva un giro nella tenuta affidata al suo dipendente il nobile signore aveva la sensazione che, lì, tutto gli sfuggisse e che i lavori fossero stati, formalmente, concordati con lui, ma che lui non li capisse fino in fondo.
Un giorno il nobile signore acquistò una nuova terra su cui intendeva creare un grande orto. Cercò quindi un lavoratore che avesse già esperienza con questo tipo di coltivazione ma cerca e ricerca, chiedi e richiedi, non si trovava una persona disposta a occuparsene. Il nobile signore chiese quindi aiuto a un amico lontano e lo pregò di inviargli un contadino di fiducia, che rispondesse direttamente a lui: non voleva lasciar crescere ancora il potere del suo dipendente maggiore. L'amico parlò con i suoi orticoltori più fidati e Pezzodipane si dichiarò disposto a prendersi questo incarico, a condizione che gli venisse insegnato anche come occuparsi di un frutteto. La condizione fu accettata, perciò Pezzodipane fece fagotto e si mise in viaggio verso le terre del nobile signore.

Continua...

20.4.12

Questa metà del cielo

E' importante e allora al volo vi segnalo che oggi è Blogging Day «contro lo stalking, il femminicidio e ogni altra forma di violenza sulle donne». Trovate le info che ho trovato io su questo bel blog.
Scappo!

Bigliettino


Questa assenza si sta prolungando in modo imbarazzante e me ne scuso. Sto correndo, è un periodo duro, e siamo senza internet a casa. Mi capita di pensare "questo lo devo scrivere sul blog" e poi non riesco manco a metterlo in una bozza, poi anche i post hanno una data di scadenza e posso raccontarvi adesso che per Pasqua avevo comprato un regalino per Tè allo Zafferano, e la mattina che volevo darglielo in ufficio ho trovato già sulla scrivania il suo, di regalino, e allora ho preso il mio e abbiamo riso  siamo state contente? E che poi le ho dato un po' di ovetti di cioccolato da nascondere per la zona comune della Foresteria e regalare una caccia agli ovetti a tutti i Forestieri stanziali, come i miei facevano per noi quando eravamo piccoli, e che questa bambinata è stata apprezzata? O Pasqua è passata da troppo tempo?
Un abbraccio, a presto
Nonaddetta

10.4.12

Weekend

Questo post è allo stadio di bozza da 2 settimane. Non sono riuscita a scrivere altro, perciò propino questo. Oggi ho bisogno di sfogarmi, per cui potrei scrivere ma potrei giudicare quel che scrivo più indigesto di questo che avevo scritto: e cestinare! Spero di non fare come il classico marito (non il mio) che con 37°C è in fin di vita sul divano.

Il mio weekend è iniziato venerdì alle 23, quando ho rimesso piede a casa dopo quattrocento km e spiccioli. Un bacio al Nonaddetto, la Gatta che mi ignora bellamente - ehi felino, insinui che non sono più di casa qui, io?, una tazza di latte per completare la cena a base di crackers in auto, ci metteremmo a chiacchierare ma è tardi, doccia e nanna.

Sabato mattina si dorme. I lavori non si fanno da soli ma siamo stanchi. Il pomeriggio torniamo a vedere la cucina. Mentre noi ci dedichiamo a simili  inaudite gozzoviglie passa da noi, senza una telefonata preventiva, il vecchietto Idraulico con l'anca sbilenca che si lamenterà molto per non averci trovati a casa. La Cucina. Nonostante fossimo partiti ancora un po' dubbiosi, piano piano all'unisono decidiamo. Abbiamo ordinato la cucina. Dico! E' bellissima (somiglia a quella della foto, ma di un'altra ditta. E c'è del rosso), è ben fatta, è garantita 10 anni, è un passo grosso, fa tanto casa, siamo emozionati. Andiamo a dormirci su. No, un sms cambia il programma, il Fratello è nella Piccola Città, pizziamoci così possiamo portargli il suo regalo di compleanno. Torniamo contenti ma sfiniti. La lavatrice è pronta da stendere. Stendiamo. Crolliamo.

Domenica mattina si ridorme. Si lavoricchia, la malta, il colore, carteggiare, pulire, ci sono troppe cose da fare per due soli giorni a settimana. Si cerca di mettere insieme un pranzo della festa, di appianare le piccole incomprensioni del non vivere vicini, noi che condividevamo le 24 ore e adesso abbiamo un telefono sempre di mezzo. Le cose che facevano casa, che facevano noi, la sua musica dallo stereo, cucinare insieme, i suoi videogame, il mio giardinaggio in salotto, lanciare i topi di peluche alla Gatta, farci la lotta, farle le foto, farci un gelato, andare a passeggio - a quando? E' vero, adesso abbiamo la casa che prende forma - la nostra forma, però ci mangia tutti i weekend e il weekend è l'unico momento che abbiamo insieme, serve trovare un equilibrio e a volte viene un po' meno bene altre volte meglio.

Domenica sera si cena presto e poi riparto, perchè sono le settimane delle lab classes alla Città delle Bambole e per spezzare la strada mi appoggio ai miei, che son a metà strada tra me e il resto del mondo. Il mio weekend finisce domenica alle 20. Centottanta km. Un bacio alla Sorella, un po' di chiacchiere con la Mamma, Papà che già dorme, nessuno che mi dica questa casa non è un albergo. Crollo, sono già due ore che mi si chiudono gli occhi.

Lunedì mattina centosessanta km, con gli occhi che bruciano e si chiudono, ma perché ho così sonno stavolta, su verso gli abeti e le eriche e il cielo, poi giù verso i meleti e la gente che fa jogging sul terrapieno a fianco dell'autostrada, e verso 16 ragazzetti che non si aiutano a vicenda, mi guardano dall'alto in basso, qualcuno è in piena fase adolescenziale ritardata - mi do arie da persona adulta e competente (ringrazio di avere un buon inglese: un appiglio in meno!) mentre mi scaglio contro chiunque contesto tutto e vedo se reggi. Ma io non sono ingegnere, convivo bene con la scarsa affidabilità dei sistemi biologici: sono sedici 22enni e li preferisco mille volte caotici, rumorosi, sfiancanti, irrispettosi e piuttosto maleducati, piuttosto che militarescamente inquadrati, silenziosi e ordinati - che angoscia sarebbe. Pian piano puntualizzo cosa mi aspetto da loro, mi stupisco nel trovare risposta - oggi hanno aspettato il loro turno allo spettrofotometro senza proteste e lasciato il laboratorio quasi perfettamente pulito. Pian piano si accorgono che mi accorgo di chi di loro sa fare e chi no, cosa sa fare e cosa no, che cerco di spiegare in modo mirato, spero che qualcosa imparino. Tanto per dire, che è giusto ricevere un protocollo, e che è lecito chiedersi che cosa di quel che è scritto si può modificare, e perché. Esco stanca e non vado in mensa, sono stufa di mangiare da sola cibo mal cotto e di non poter sapere i prezzi, maggiorati rispetto ai professori, che toccano a me in qualità di collaboratore intellettuale dell'università. Un altro contratto che non c'è in nessuno dei moduli a crocette che mi capita di dover compilare, che so, al centro per l'impiego o per l'ISEE: io non esisto mai.

Lunedì sera trecento km, sono le nove passate, ho fame ma appena metto piede in Foresteria mi investe Maschiaccio con lo smalto rosa shocking alle unghie dei piedi e richieste di traduzioni in inglese di concetti come certificato di residenza storico, che non so cosa sia manco in italiano, e con racconti di decapottabili del '72 lanciate verso un concerto con lei dentro, che però finiscono la benzina in autostrada e bisogna spingerle e poi cercare la benzina ma invece arriva la polizia e tocca salire sul carroattrezzi stando dentro l'auto e tutta la gente ride, e non è un sogno ma il suo weekend.

Ho squillato al Nonaddetto ma non mi richiama, mi appendo al telefono per controllare se è caduto in un videogame, tra le braccia della rossa, la bionda o la mora, oppure giù dalla scala a pioli: è già successo e mi vien l'ansia a pensarci.

Buonanotte!

9.3.12

I limoni


Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
lo, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.

Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall'azzurro:
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell'aria che quasi non si muove,
e i sensi di quest'odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri la nostra parte di ricchezza
ed è l'odore dei limoni.

Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s'abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto,
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l'anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo fruga d'intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno piú languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità. 


Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rurnorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si mostrano i gialli dei limoni;
e il gelo dei cuore si sfa,
e in petto ci scrosciano
le loro canzoni
le trombe d'oro della solarità.
Eugenio Montale

7.3.12

Spigoli


È successo a 18 anni.
L’ultimo anno delle superiori. Scegliere l’università. Quasi tutti vanno nella stessa, è prestigiosa, vicina, ci vanno gli altri e così ci si vedrà ancora. Anch’io ci vorrei andare. Io da sempre senza migliori amiche, timida a volte scambiata per snob, con un piccolo animale selvatico che mi vive dentro e che si trasmette, non visto, come eredità familiare di storie dolorose troppo vecchie ma evidentemente non ancora abbastanza sbiadite, una bestiolina curiosa di interazioni ma conscia di essere quella debole e di voler sopravvivere, così facile da spaventare, fai un movimento brusco e sparisce nel bosco, non la vedrai più. Io che ostinatamente cerco e frequento qualche bolla felice in cui guardo incredula le persone prendersi cura, con assoluta naturalezza, le une delle altre, al meglio delle loro possibilità o almeno in buona fede, e cerco di imitarli. Ma non sono gruppi totalizzanti - che rifuggo: non mi proteggono dall’esterno, mi concedono una pausa di qualche ora ma il resto della vita è un problema mio, com’è giusto. E io nel mondo normale raramente riesco a bucare la buccia mia e altrui, e se succede finalmente ci si parla e ci si capisce un po’ e ci si dice a vicenda ah guarda, davvero non avevo capito niente di te, ti credevo predatore ma eri anche tu come me.
 
Io che non ho mai davvero legato con nessuno, ho improvvisamente paura di perdere quelle persone, che nonostante le bucce avevo sentito un po’ più vicine dei classmates delle elementari e medie. Quelli mi avevano rifilato anni soffocanti, sopportati supportando chi era colpevole di una qualsiasi diversità e incapace di difendersi perché ancora meno aggressivo di me. Credo succeda lo stesso a parecchie persone. Qualcuno si era permesso di mettere una pubblica lapide sulla mia futura vita sentimentale, urlandomi in cortile “è inutile, non piacerai mai a nessuno!”. Mi accorgo che non mi ricordo più di preciso chi fosse.
 
Avevo reagito comunicando il meno possibile per tutti quegli anni, aspettando che passasse. Era passata, avevo incontrato persone vagamente più simili a me, che avevano voglia di fare qualcosa e di vedere il mondo, mi avevano concesso 5 anni di ricreazioni piuttosto solitarie o in compagnia caritatevole, questa volta con me nei panni della mendicante, ma anche molte ore passate a ridere sottovoce battagliando con navi o auto da corsa sui fogli a quadretti. Avevano anche bellamente ignorato la profezia sentimentale. E adesso so che li perderò e piango.
 
Per la prima volta piango per qualcuno, e nessuno si accorge che è la prima volta che mi succede. Non avevo pianto nemmeno per la morte del nonno, avrei voluto sentire qualcosa ma non avevo potuto sentire niente. Quando ho chiuso la mia prima ingenua storia, per un anno non ho voluto sentire canzoni d'amore, ma non ricordo di aver pianto.
 
I miei mi spronano a non lasciarmi legare, vedrai che in un anno si saranno già persi di vista, conoscerete tante altre persone, vai più lontano, in qualche posto più aperto, più umano (averne, di genitori così!). Ed è vero almeno in parte, nessun posto è perfetto ma ricordo quel primo anno come una elettrizzante sequenza di giorni pieni di vita. Ma non lo sapevo, sapevo solo la mia improvvisa inaspettata paura di perdere quelle persone. Dal momento in cui divento cosciente di quella paura mi capita di piangere altre volte. Un’assemblea d’istituto comprende Dead Man Walking e io piango per la prima volta davanti a un film.
 
Di sicuro dentro me c’è molto lavoro per riparare la crepa nella mia corazza, perché di lì stanno entrando quelle cose che mi fanno piangere. Cose piccole, non sono cose di salute quindi sono cose da niente, eppure quanti adulti non hanno mai imparato a gestire la paura di restare soli, di non essere capiti, di non riuscire a capire, e si sono semplicemente tenuti al riparo delle loro corazze.
  
E contemporaneamente.
 
Mio fratello ai primi anni nella mia stessa scuola. Gioca online con qualche amico: questi ragazzi per me sono facce intraviste nelle foto di classe e minuscoli cavalieri che corrono per lo schermo, coi loro soprannomi che li rincorrono appesi all’elmo.
 
Poi.
Uno di loro, e un tir.
 
Il motorino, la vicinanza, la turbolenza, un tentato sorpasso, chi lo sa. Andava a vedere una ragazza, andava in giro, chi lo sa. Un tir e un corpo di ragazzo, impossibile sperare.
 
Questa cosa si è infilata nella mia crepa e lo sbarramento è esploso. Sento il dolore. Lui. I suoi genitori. Amici. La ragazza che lo aspettava. Il paese. I vicini. I professori. Mio nonno. I bambini "diversi". Tutti. Tutto. Di botto sono una stazione radio sintonizzata sul canale del mondo che piange. È difficile da dire e da credere, ma per qualche giorno non riesco a smettere di piangere, dai miei occhi vorrebbe uscire tutto quello, mio o altrui, che non era uscito nei miei pochi anni. Mi dico che se esiste Dio deve conoscere tutto il dolore del mondo e mi chiedo come possa non morirne. Forse solo perché conoscerà anche tutta la gioia. Piano piano riesco a controllare la piena, ma non dimentico come si piange.
 
Adesso, se mi si trasmettono emozioni io le ricevo. Non solo tristemente! Era difficile chiudere la porta alle emozioni dolorose e lasciar voce a quelle piacevoli. Ho iniziato a comunicare con gli altri, a mostrare loro me stessa e a vedere loro. A vedere che parecchi girano corazzati. Se si può arrivare a 18 anni essendo gentili ma distaccati, riuscendo a non farsi quasi mai toccare, immagino si possa continuare per tutta la vita. A volte manca ancora naturalezza nelle mie interazioni, e tantomeno sono scomparsi i miei difetti, ma vedo da sola che molte cose sono migliorate e so che continuo a imparare. Il piccolo animale si spaventa con meno facilità. È stato morso e ha avuto conferma della sua vulnerabilità, ma ha anche visto che è sopravvissuto bene e che è, di solito, svelto a guarire. Non ho ancora mai pensato che fosse meglio prima.
 
Se potessi riporterei indietro il piccolo cavaliere che correva sullo schermo. Certo nessuno dei suoi immagina che abbia dato un colpo per cui la mia corazza è stata fatta a pezzi al punto che non ho potuto ripararla più di tanto.