10.4.12

Weekend

Questo post è allo stadio di bozza da 2 settimane. Non sono riuscita a scrivere altro, perciò propino questo. Oggi ho bisogno di sfogarmi, per cui potrei scrivere ma potrei giudicare quel che scrivo più indigesto di questo che avevo scritto: e cestinare! Spero di non fare come il classico marito (non il mio) che con 37°C è in fin di vita sul divano.

Il mio weekend è iniziato venerdì alle 23, quando ho rimesso piede a casa dopo quattrocento km e spiccioli. Un bacio al Nonaddetto, la Gatta che mi ignora bellamente - ehi felino, insinui che non sono più di casa qui, io?, una tazza di latte per completare la cena a base di crackers in auto, ci metteremmo a chiacchierare ma è tardi, doccia e nanna.

Sabato mattina si dorme. I lavori non si fanno da soli ma siamo stanchi. Il pomeriggio torniamo a vedere la cucina. Mentre noi ci dedichiamo a simili  inaudite gozzoviglie passa da noi, senza una telefonata preventiva, il vecchietto Idraulico con l'anca sbilenca che si lamenterà molto per non averci trovati a casa. La Cucina. Nonostante fossimo partiti ancora un po' dubbiosi, piano piano all'unisono decidiamo. Abbiamo ordinato la cucina. Dico! E' bellissima (somiglia a quella della foto, ma di un'altra ditta. E c'è del rosso), è ben fatta, è garantita 10 anni, è un passo grosso, fa tanto casa, siamo emozionati. Andiamo a dormirci su. No, un sms cambia il programma, il Fratello è nella Piccola Città, pizziamoci così possiamo portargli il suo regalo di compleanno. Torniamo contenti ma sfiniti. La lavatrice è pronta da stendere. Stendiamo. Crolliamo.

Domenica mattina si ridorme. Si lavoricchia, la malta, il colore, carteggiare, pulire, ci sono troppe cose da fare per due soli giorni a settimana. Si cerca di mettere insieme un pranzo della festa, di appianare le piccole incomprensioni del non vivere vicini, noi che condividevamo le 24 ore e adesso abbiamo un telefono sempre di mezzo. Le cose che facevano casa, che facevano noi, la sua musica dallo stereo, cucinare insieme, i suoi videogame, il mio giardinaggio in salotto, lanciare i topi di peluche alla Gatta, farci la lotta, farle le foto, farci un gelato, andare a passeggio - a quando? E' vero, adesso abbiamo la casa che prende forma - la nostra forma, però ci mangia tutti i weekend e il weekend è l'unico momento che abbiamo insieme, serve trovare un equilibrio e a volte viene un po' meno bene altre volte meglio.

Domenica sera si cena presto e poi riparto, perchè sono le settimane delle lab classes alla Città delle Bambole e per spezzare la strada mi appoggio ai miei, che son a metà strada tra me e il resto del mondo. Il mio weekend finisce domenica alle 20. Centottanta km. Un bacio alla Sorella, un po' di chiacchiere con la Mamma, Papà che già dorme, nessuno che mi dica questa casa non è un albergo. Crollo, sono già due ore che mi si chiudono gli occhi.

Lunedì mattina centosessanta km, con gli occhi che bruciano e si chiudono, ma perché ho così sonno stavolta, su verso gli abeti e le eriche e il cielo, poi giù verso i meleti e la gente che fa jogging sul terrapieno a fianco dell'autostrada, e verso 16 ragazzetti che non si aiutano a vicenda, mi guardano dall'alto in basso, qualcuno è in piena fase adolescenziale ritardata - mi do arie da persona adulta e competente (ringrazio di avere un buon inglese: un appiglio in meno!) mentre mi scaglio contro chiunque contesto tutto e vedo se reggi. Ma io non sono ingegnere, convivo bene con la scarsa affidabilità dei sistemi biologici: sono sedici 22enni e li preferisco mille volte caotici, rumorosi, sfiancanti, irrispettosi e piuttosto maleducati, piuttosto che militarescamente inquadrati, silenziosi e ordinati - che angoscia sarebbe. Pian piano puntualizzo cosa mi aspetto da loro, mi stupisco nel trovare risposta - oggi hanno aspettato il loro turno allo spettrofotometro senza proteste e lasciato il laboratorio quasi perfettamente pulito. Pian piano si accorgono che mi accorgo di chi di loro sa fare e chi no, cosa sa fare e cosa no, che cerco di spiegare in modo mirato, spero che qualcosa imparino. Tanto per dire, che è giusto ricevere un protocollo, e che è lecito chiedersi che cosa di quel che è scritto si può modificare, e perché. Esco stanca e non vado in mensa, sono stufa di mangiare da sola cibo mal cotto e di non poter sapere i prezzi, maggiorati rispetto ai professori, che toccano a me in qualità di collaboratore intellettuale dell'università. Un altro contratto che non c'è in nessuno dei moduli a crocette che mi capita di dover compilare, che so, al centro per l'impiego o per l'ISEE: io non esisto mai.

Lunedì sera trecento km, sono le nove passate, ho fame ma appena metto piede in Foresteria mi investe Maschiaccio con lo smalto rosa shocking alle unghie dei piedi e richieste di traduzioni in inglese di concetti come certificato di residenza storico, che non so cosa sia manco in italiano, e con racconti di decapottabili del '72 lanciate verso un concerto con lei dentro, che però finiscono la benzina in autostrada e bisogna spingerle e poi cercare la benzina ma invece arriva la polizia e tocca salire sul carroattrezzi stando dentro l'auto e tutta la gente ride, e non è un sogno ma il suo weekend.

Ho squillato al Nonaddetto ma non mi richiama, mi appendo al telefono per controllare se è caduto in un videogame, tra le braccia della rossa, la bionda o la mora, oppure giù dalla scala a pioli: è già successo e mi vien l'ansia a pensarci.

Buonanotte!

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