7.11.12

Beira

Beira significa "riva", na beira do mar è sulla riva del mare - se ho capito bene. E' un porto, infatti, con una lunghissima spiaggia di sabbia dorata e sottile... vuota, perchè dalla gente del posto è usata come posto su cui stai in piedi mentre pieghi le reti da pesca, o su cui ti siedi mentre secchi i pesciolini al sole, o come cacatoio pubblico data la comodità dello scavare buchi; solo tra un'attività e l'altra ci si concede del riposo come fa chi è in vacanza (che piante sono queste? che mollusco era questo che ha lasciato questo guscio? che pesci pescano? perchè perfino gli uccelli bianchi e neri stanno separati?), e i bambini giocano. Turisti non ce ne sono, con buona pace del Club con piscina che se ne sta a un certo punto della spiaggia e accoglie solo i pochi abitanti benestanti - in parte bianchi. Quindi ti puoi godere la vista di Lignano Sabbiadoro com'era, tranne forse per gli scheletri di navi arenate (come sono finite qui?!). Avremo modo di camminare spesso lungo la spiaggia, usandola al posto della strada soprattutto per andare e venire dall'orfanotrofio... perchè vedere il mare ci consolerà in quelle occasioni.

Click per ingrandire. L'argenteo della foto in basso a sinistra sono pesci a seccare.
E questo, in cui il sole la sera tramonta a velocità vertiginosa, tanto che se devi cercare la macchinetta non hai neanche il tempo di scattare la foto, è l'Oceano Indiano. A pensare che stiamo respirando quest'aria, che per me sa di storia e di navigatori e di esploratori e di Marco Polo e di Sandokan e di tutto tranne che del posto in cui ti svegli la mattina perchè ci abiti, come capita alla gente di qui... a me fa emozione.

A dire il vero però il nostro giro turistico è iniziato dal centro città, che è meno poetico. O forse lo era soprattutto verso sera, con poca gente in giro, e per me che ero di certo poco capace di leggere quello che vedevo. Vedevo brutti edifici in buona parte abbandonati e occupati da persone che trovavano utili un tetto e delle mura di cemento, immagino soprattutto nella stagione piovosa, nonostante non fossero dotati - nè dotabili - di servizi come l'acqua e la corrente elettrica. L'esempio per eccellenza è il Grande Hotel, abitatissimo pur se in queste condizioni. E se, da noi, in tempo zero spunterebbero collegamenti abusivi alla rete elettrica, in un posto in cui l'elettricità è scarsa non è facile nemmeno rubarla, quindi la sera l'hotel non è illuminato. Di che anni sono questi edifici? Dagli anni '60 sono iniziate le ribellioni che hanno portato alla guerra d'indipendenza, quindi devono essere precedenti... l'hotel è degli anni 50. Perchè in Europa si costruivano edifici eleganti e qui i portoghesi hanno fatto questi orrori? O sono edifici più recenti e già diroccati? L'hotel era considerato una meraviglia, prima del saccheggio. Il resto della città... meriterebbe qualche ricerca di vecchie immagini per capire.
I soldi per sistemarli non ci devono essere, perchè dove ci sono gli effetti si vedono: se vedi un palazzone restaurato, è una banca. E che dire del "monumento alla Coca-Cola", una bottiglia di cemento dalla forma inconfondibile che troneggia dall'alto di un'aiuola al centro di una rotatoria: rotatoria che la Coca-Cola ha generosamente offerto al Comune... Ci sono anche condomini abitati in modo regolare, da gente che paga l'affitto, naturalmente; come ci sono negozi, viali alberati e giardinetti mangiati dal sale, quel che c'è in una città di mare qualsiasi. Solo, qui ci sono anche questi mostri, e in generale niente è stato costruito per essere bello. Inconcepibile. Ho capito i portoghesi tirchi, ma... Chissà se Maputo, la capitale, è meglio? Chiariamoci... non ho la mania dell'architettura. Ma il confronto con tutti i posti che ho conosciuto stride a tal punto che non posso non chiedermi quale fosse lo spirito con cui i coloni si erano installati qui; l'impressione sfocata trasmessa dai palazzoni è quella del puro utilitarismo, senza nessuno sforzo di portare qualcosa di sè e senza piani di lunga durata. Pare che questa fosse la cenerentola delle colonie portoghesi, la stella era il Brasile: era là che andavano i soldi, qui la gestione era affidata a una compagnia privata! Ma dovrei studiare un po' più di storia.
Quello che non so ancora, in questa mia prima sera di respiri avidi di oceano e di sguardi spauriti sui palazzoni bui, è che - per fortuna - la mattina dopo ritroverò l'atmosfera affollata e viva intravista di sfuggita alla festa in piazza (era la festa della donna, ora che ho ricostruito!); e che quella folla sarà così onnipresente e compenetrata a tutto, per tutto il mese, che mi farà decidere che quella è Beira. Se potessi entrare all'hotel e conoscerne gli abitanti, credo che li troverei uguali a quelli che incontreremo fuori, nelle baracche: altrettanto vivi, e sconvolgenti per questo.

5.11.12

Tutto quello che non vi hanno mai detto che vi potrebbe succedere, e che invece succederà proprio in quel momento

Primo colloquio: sabato mattina
Ho passato il venerdì mattina  a leggere le infallibili istruzioni online sulle domande a cui prepararsi e su come vestirsi. Dipoi, aspettandomi un ambiente di ingegneri camiciacravattati, il venerdì pomeriggio sono corsa al centro commerciale a cercare scarpe e vestiti sufficientemente professionali: in laboratorio NON ci si mettono vestiti decenti... almeno, non dopo che i tuoi pantaloni preferiti hanno ricevuto il loro primo set di buchi da sostanza corrosiva del momento. E poi, non ci sono fighetti nei laboratori. Tende a essere un ambiente piuttosto alternativo, quindi mi serviva una cosa professionale ma non troppo, che se no sembro imbacchettata... ma a parte un paio di stivali antipioggia fantastici, l'unico risultato che ho ottenuto è che a un certo punto l'hanno avuta vinta gli ormoni, mi sono appoggiata sfinita e piangente faccia al muro per salvare almeno la dignità, e ho deciso di tornare a casa a far riposare la pancia e la testa, e al diavolo quel che mi sarei messa. Quella sera ho trovato le foto dei componenti dell'azienda, nascoste nella versione inglese del sito: manco l'ombra di una camicia. Benissimo.
Certo non potevo immaginare che la mattina avrei scoperto che il ferro da stiro non funzionava più. Strano, era appena dell'epoca delle guerre puniche e l'avevo solo fatto accidentalmente cadere durante la notte cercando a tentoni la strada per il bagno. E con ciò? Mi ero fatta male anch'io, ingrata ferraglia, non so come mi sono trattenuta dal lanciarti in cortile. Quindi, con i pantaloni stirati in stile "notte brava", imploro il Nonaddetto di scortarmi fino in loco con la sua auto, perchè sono già sfinita di prima mattina e capace che mi perdo, e di andare poi a fare la spesa già che c'è. Tre curve prima del mio traguardo, l'auto del Nonaddetto - le cui gomme sono poi risultate risalenti alle campagne napoleoniche - decide di cedere all'asfalto bagnato, taglia dritta una curva e si schianta sull'aiuola. Lui non si fa niente (grazie angeli custodi di tutti i tempi, che se gli succedeva in un punto in cui non era ai 40 all'ora poteva essere diverso), ma la gomma incastrata nella carrozzeria fa sì che l'auto non curvi più neanche invocando tutti i santi del paradiso e ciò rende arduo il posizionamento dell'automezzo fuori dalle palle mentre si cerca un carroattrezzi. Mentre io me ne sto sotto la pioggia con i  miei pantaloni stirati benissimo, il Nonaddetto riesce infine a portare l'auto sul ciglio della strada evitando al contempo il fosso. In un nanosecondo, il suddetto ciglio della strada viene rimosso e lanciato dalle gomme della sua auto ricadendo graziosamente a pioggia in un raggio di tre metri dietro di lui. La mia auto era dietro la sua. Era bianca. Prima. Si metamorfosa in versione dalmata in un amen, mentre io con un balzo felino mi levo di lì e riesco a salvare tutto, tranne la metà inferiore di una gamba che assume l'aspetto di una tuta mimetica militare. Con le lacrime agli occhi guardo la sua auto in panne, la mia in stile carica dei 101 dopo un rally per sfuggire a Crudelia, e il mio pantalone non stirato e mimetico. E che potevo fare? Scommetto che "Salve, le presento mio marito, non faccia caso alla terra, per caso c'è un'officina qui in zona?" era un modo per rompere il ghiaccio all'inizio di un colloquio a cui non avevate mai pensato.
In ogni caso, la media del vestiario lì dentro era sorprendentemente simile a quello che i Nonaddetti utilizzano per i lavori pesanti nella casa-cantiere. Un paio di t-shirt sovrapposte e una felpa di pile on top era il massimo dell'eleganza ritracciabile. L'ambiente era sovraccarico di enormi quadri inquietanti realizzati dalla titolare su qualsiasi superficie disponibile, dalle tele ai mobili alle pareti del cubicolo-bagno. La titolare stessa sfoggiava un'originale acconciatura con metà capelli bianchi e metà rosso fuoco - la metà inferiore della lunghezza, per la precisione - e mi ha accolta con un "Com'è il suo inglese? No perchè tutti hanno scritto buono, ma non era vero".
Il colloquio è servito solo a prendere un appuntamento per un secondo colloquio, finalizzato a un test scritto di inglese e a un paio di prove sulle competenze specifiche. La Nonaddetta ha sospeso il giudizio sull'ambiente ma ha accettato senza pensarci un momento di affrontare le prove, naturalmente.

Martedì: le Prove

Il primo signore è quello con cui ho parlato al telefono e che mi ha accolto sabato. E' talmente gentile che se respiri troppo vistosamente smette di parlare pensando che tu voglia dire qualcosa. Lui mi mostra il pc su cui dovrò scrivere i miei elaborati.
Li scrivo. Non sono particolarmente soddisfatta, ho tradotto due sole pagine su 4 nel tempo concessomi e so di aver dimenticato delle sviste - maledizione al correttore automatico di word - e la mia risposta alla loro domanda specifica mi sembra vaga e contiene ripetizioni.
Il secondo signore ha i capelli rosso fuoco - ma mi sembrano naturali. Perchè mai dovrebbe tingersi così? - e una felpa di pile multicolore. E' molto deciso, mi da' del tu a differenza degli altri e parla con voce stentorea. "Finalmente qualcuno che scrive!" esclama dopo aver letto la mia rispostina. Ma chi gli è capitato, prima di me? Tanto meglio. Parliamo di quello che ho scritto. E' molto manicheo nelle sue opinioni ma ne sa, e a me si accendono gli occhi perchè mi interessa, voglio impararlo il LCA, voglio sapere se vale o no la pena di fare certi impianti e usare certi processi, e mi stupisce e mi interessa scoprire che certi prodotti di cui sentivo parlare come oggetti di ricerca in realtà si trovano già sul mercato. Lui ripete alcune volte "Vedi che tu lo sai! Meno male che queste cose ve le insegnano!".
Prima di andarmene faccio presente che naturalmente scelgano il candidato migliore, ma se fossero interessati a me ma la work experience non si potesse fare, perchè non sono disoccupata, per l'amor del cielo non facciamoci fermare da certe bazzecole, ci sono altri incentivi che si possono chiedere. Il signore gentile sembra impressionato che io abbia cercato queste informazioni.
Esco con la sensazione di aver fatto tutto quel che potevo - solo la pecca, uscendo, di essermi fatta coinvolgere nella critica ai centri per l'impiego e certi aspetti delle università. Non criticare, non criticare, dicevano sui siti delle interinali... ah. Andrà come deve.
Non mi hanno ancora scritto, però. Aspetterò ancora uno o due giorni e poi li ricontatterò, se non si fanno vivi... Mi fa piacere sapere che ci sono. Non li conoscevo. Dunque potrebbero esserci altre realtà interessanti che non conosco. C'è speranza. Ma adesso ho trovato questi e prima di mollarli devono sbattermi la porta in faccia.
E intanto mi chiedo... ma cosa devo sperare? Perchè tu, Ranocchietto, come ti potrei gestire? Come potrei lasciarti ad altre persone pochissimo dopo che sarai nato? Riusciresti a sentirti amato, tu, o ti sentiresti abbandonato? Non lo so come saremo, non lo so cosa decideremo. Ti abbiamo rivisto, con la seconda eco. Come cresci. Pian pianino anche noi capiamo cosa ci sta succedendo. Vederti muovere... davvero capita a noi? Davvero tu sei... con noi? Quando ti penso mi chiedo chi sei, che carattere avrai, quanto dipenderà da noi, come ti chiamerai, ma quando ti guardavamo non mi chiedevo proprio niente. Eri tu, e basta.
Ci servono molte, molte più attenzioni e discussioni e mezzi e soluzioni perchè genitori e bimbi possano vivere senza soffrire per il lavoro!

22.10.12

Letterina

Ehi, Pip.
Mi senti?
Vorrei sapere come stai.
Sei anche tu perennemente desideroso di un'isoletta caraibica con sabbia morbida su cui spaparanzarsi, o almeno di un divano e di un po' di tempo per chiudere gli occhi e sognarla?
Ti inalberi anche tu come un don Chisciotte, come me, però tutto dentro e in silenzio per non disturbare, davanti alle porcospinerie di Femminuccia, che mi fa detestare questa povera Foresteria?
E' stato tutto un po' un delirio, da quando ci siamo accorti di te, ma pare che tu lo abbia completamente e bellamente ignorato, nel tuo nido. Hai fatto benissimo. Adesso impariamo anche noi. Io, soprattutto.
E' strano, come cambiano le cose.
Dopotutto mi avrebbero rinnovato il contratto. Senza prospettive quanto prima, ma con uno stipendio per qualche altro mese. A dire il vero, uno stipendio che si sarebbe ridotto in caso arrivasse il Godot del trasferimento da Nebbialand alla Grande Città, ma insomma. Tanto ho detto di no.
No, capisci? No a un posto di lavoro, di questi tempi. Irresponsabile.
E però. Basta, vivere come un operaio cinese. Ho deciso che di badanti c'è gran richiesta e avrei saltato nel buio e cercato qualcosa vicino al Nonaddetto e alla casa e alla gatta, con i familiari e gli amici nei weekend e forse perfino durante la settimana! Lusso sfrenato, insomma! Il Professore si è fatto vedere e sentire più nelle ultime 3 settimane che in tutto l'anno e mezzo precedente. Non è nel mio stile, ma avrei dovuto minacciare le dimissioni prima.
Subito dopo ci siamo accorti di te.
Ero preoccupatissima per alcuni... dettagli... tipo aver raccattato i 4 gattini semirandagi dal cortile, averli spulciati tutti, e poi aver tenuto i 2 ancora in attesa di adozione chiusi in bagno per settimane, dietro l'unica porta interna che abbiamo, per scongiurare il suicidio della nostra poco socievole gatta. No, hai presente tutte le pare che ti fanno sulla toxo? Mi ci vedi a dire all'ostetrica e al ginecologo io ci ho due gatti randagi e la loro lettiera in bagno e non so dove appendere l'accappatoio per farmi la doccia senza che ci siano zampate di gatto o proprio gatti interi sopra? Irresponsabile. Ma non sapevo di essere... Come, non ha pianificato? Ir-re-spon-sa-bi-le. E pensare che sono così grata che non abbiamo dovuto pianificare!
Invece nel Piccolo Ospedale sono tutti così gentili e disponibili che ti viene il dubbio che in busta paga gli passino anche qualche polverina rilassante per il mese successivo. Ci hanno trattati con i guanti, che ne dici?
Ma non mi bastava, io dovevo tantissimo parlarne, capire, sentire. Tè allo Zafferano era l'unica amica che mi sembrasse abbastanza gioiosamente rassicurante, in questo momento; non chiedermi perchè, non è mica bimbomunita. Ma ha scelto proprio questo periodo per tornare a casa per un paio di mesi, e per motivi impossibili da spiegarti le comunicazioni con l'Iran sono disturbate per cui non vede le mie mail. Io avrei parlato con la mia mamma e il mio papà, ma i maschi che hanno saputo subito di te - l'imperturbabile Nonaddetto, che poi sarebbe il tuo papà e si è commosso perfino lui - e il Fratello - come pesce guida all'interno del dedalo ospedaliero; e un pesce guida piuttosto euforico della notizia, va detto - sono maschi, appunto, e mi avevano convinta a non dire niente ai tuoi nonni finchè non fosse un po' sicuro... un po' quanto? Eh, vediamo che gli esami del sangue siano a posto, e poi la prima ecografia. Ma come faccio io a tenermi questa cosa dentro in silenzio per un mese? Ma come in silenzio, puoi parlare con noi. Ma voi, cioè, non per essere scortese... siete un po'... non proprio adatti a lunghe conversazioni emotive... mettiamola così: sarà che non avete mai avuto bambini, ma non siete rassicuranti manco penniente! Pip, ascoltami a me: Pipo o Pipa che tu sia, non ascoltare consigli di silenzio e parla con chi l'istinto ti dice che ti aiuterà. Ti eviti tante paure inutili.
Subito dopo mi hanno chiamato per un colloquio di lavoro. Avrei riso, se mi avessero letto un oroscopo così: "Appena scoprirai di trovarti nella situazione che il 90% dei datori di lavoro esecra, troverai un annuncio di una ditta che pare (tanto gentile e tanto onesta PARE, poi vediamo) molto interessante, tanto che non avresti mai osato sperare ne esistesse una così in un raggio di mezz'ora da casa tua. Vuole una specie di stagista - non si può avere proprio tutto e subito - per scrivere progetti di ricerca agroindustriali e agroambientali in inglese. Manderai un CV senza perderci 18 ore a prepararlo per la prima volta in vita tua, e ti chiameranno subito per un colloquio". Ssè. Ssè? ... davvero?! Intendiamoci, Pip, è solo un colloquio. Però ci ho sgamato un interesse speciale, nella voce gentile dall'altra parte del filo. Pip, la mia nonna diceva "Ogni bambino arriva col suo cestino". Se nel tuo ci fosse la possibilità di un lavoro come si deve, la taumaturgia ha una nuova stella. Se no ne cercheremo altri, ma intanto prepariamoci per questo. Soprattutto, a come convincermi che in caso di reale interesse da parte loro non è disonesto omettere il dettaglio che mi crescerà la pancia.
E adesso i nonni e la Sorella sanno che ci sei e sono tutti a pensarti. Hai sentito come sono stati commossi e contenti? Hai sentito tutte le feste che ci hanno fatto? Hai sentito che non si sono preoccupati proprio di niente, loro, e magari averci parlato qualche settimana fa era davvero rilassante?
Adesso bisogna dirlo ai nonni all'estero, e trovare un modo carino dato che è difficile andarli a trovare per il weekend. Magari possiamo chiedere all'altro Fratello di organizzare una skypata, dici?
Ti stai rilassando un pochino, o eri già in pieno relax, tu? Sappi che il relax è la cosa giusta per te.
Ehi, Pip.
Benvenuto.


10.10.12

Una Quadra Festiva e tante domande

All'aeroporto io e la M abbiamo scoperto che avremmo avuto altre due compagne di viaggio: A e D. Loro sarebbero dovute andare a Gondòla, ma una delle suore di quella casa era improvvisamente stata male ed erano state dirottate a Beira con noi: in pratica saltavano da un'esperienza in un villaggio rurale a quella di una grossa città, con 600mila anime ammassate sulla costa dell'oceano indiano, proprio nel mezzo del paese, un porto e un crocevia, in posizione quindi perfetta per la diffusione dell'aids. Un sieropositivo su tre. Io no, tu no, quindi  egli sì. Glomm.
Ma per ora noi siamo troppo prese dalle novità per pensare a queste cose che pur ci hanno detto. Noi quattro da conoscere - e  mai gruppo fu meglio combinato; ci guadagniamo presto il nomignolo di Quadra Festiva - le suore, il pickup e la possibilità inaudita di farsi scarrozzare nel cassone - ma quale cintura di sicurezza?! - la casa con tutte le inferriate anche al piano superiore - oh ma se c'è un incendio come si scappa da qui dentro?...
Qualsiasi cosa io veda mi sembra diversa e da capire, c'è gente che cammina, sì lo vedo che è gente che cammina, ma chi sono e dove vanno? Inizio immediatamente a sperimentare la sensazione frustrante che non mi abbandonerà fino all'ultimo giorno: di avere mille domande e provare a farne qualcuna e di non ricevere quasi mai risposte, perchè le domande sembrano ovvie e non c'è tempo per loro. Eppure io so che non sto capendo come vorrei.

In casa siamo sistemate di lusso, camere doppie, bagno unico ma possibilità di doccia (veloce, che la cisterna sul tetto si svuota in fretta e la pompa ci mette tanto a riempirla), cucina fantastica della suora cuoca con conseguenti sensi di colpa miei, clima festoso e accogliente. Le suore sono Orsoline, confesso che manco sapevo che esistessero prima di venire qui, non portano il velo e sono piene di grinta. 
E il giorno dopo finalmente usciamo. Due passi di numero e siamo già circondate. Oh che pubblico, e non sappiamo spiccicare quasi una parola di portoghese... io sono in imbarazzo, cosa dico a questi bambini? Sono ospite nel loro paese, cortesia chiederebbe di presentarsi. Ma la suora che ci guida li sistema chiedendo di darci una dimostrazione pratica della ginnastica che serve a stare in forma. Op, op, su e giù dal muretto! E a me partono le domande a cui potrò rispondere solo in parte nel corso del mese.

Chi sono questi bambini? (bambini, ce ne sono dappertutto)
Dove abitano? (probabilmente nei bairri dei dintorni, i quartieri baraccopoli, non nelle case in muratura di queste vie)
Come sono arrivati qui? (mah, dubito abbiano i soldi per il minibus, avranno camminato)
Non vanno a scuola? (sì, ma ci sono troppi alunni per insegnanti e aule, quindi fanno i turni, il loro turno sarà al pomeriggio o la sera)
Cosa volevano da noi? (sono curiosi, diamo un tantino nell'occhio)
Siamo state scortesi ad andarcene così? (sì, un po' sì, ma pare che non ci sia energia per tutto e i bambini di tutto il mondo e la nostra suora hanno dovuto impararlo)

Saltiamo sul pickup e andiamo a fare un giro turistico in centro. Siamo fortunate perchè è una festa nazionale e ci sono manifestazioni. Cerchiamo di avvicinarci, ci sorbiamo un pezzo di discorso uffciale, ci sono i soldati, cerchiamo di vedere le danze tradizionali.
Chi sono queste persone? (persone, probabilmente anche loro abitano nei bairri. Oggi però hanno lasciato le loro occupazioni quotidiane e sono venute a festeggiare)
Questi sono vestiti della festa o costumi particolari per certi balli? (probabilmente vestiti della festa)
I bambini ballano sempre così? (qui ballare non è confinato al sabato sera)
Come sembrano felici... come moltissimi sono belli, che lineamenti regolari... (SONO felici, in questo esatto momento è festa e tutto il resto non esiste)

Perchè blogger non mi piazza le immagini affiancate, cheppalle?! Questa è senza risposta.
I migliori sono i piccoli spettatori. Mi sa che le TV sono ancora poche. Loro in compenso sono tan-tis-si-mi. Mai visti tanti bambini insieme da un pezzo, e tantomeno così assorti!

Ci sentiamo immediatamente individuabili e non sappiamo come gli altri ci vedano.
Cosa pensano di noi? (toh, qualche altro bianco che viene, non fa niente e se ne va)
Quello che non sappiamo è che quando ce ne andremo e torneremo in aeroporto proveremo la straniante sensazione di avere troppa gente bianca intorno: dove sono gli altri, perchè adesso quel che prima era normale ci sembra strano, dove sono quelli con cui stavamo fino a ieri, perchè non possiamo stare tutti insieme?
(continua)


3.10.12

E poi ci sono giorni meravigliosi

Per esempio quelli in cui ti danno il risultato di certe analisi e pare - scaramanticamente lasciamo la conferma alla visita - che tu e qualcuno a cui terresti molto, se avessi il coraggio di crederci, siete un po' al limite, ma ancora nel range che dice che va bene, e alcuni dei mostri possibili non sembrano essersi accorti di voi. E allora ti cade davvero un peso grosso dalle spalle, e ti senti benissimo e vorresti offrire il caffè a tutto l'edificio. E non ti importa più della paura che ti avevano urlato nelle orecchie e nel cuore e che ti aveva lasciato in trance per un piccolo ma interminabile periodo, non ti importa un bel niente perchè adesso è passata, e se altre devono venire verranno ma per oggi è festa ed è leggerezza e luce.

2.10.12

La mia briciola di Mozambico - partite!

E' ancora ieri, oggi. Sono passati 6 anni, ma questo viaggio è ancora così presente nella mia mente che se rileggo le pagine di diario che ho scritto allora ritrovo le stesse cose che ricordo e penso ora. Io, che non mi ricordo neanche cosa ho mangiato ieri sera.

Agosto 2006. Un mese in Mozambico.
Elasti ha dato il la alla "rubrica" che avevo in mente da un po'. Racconto il mio viaggio. Ci provo, almeno, anche se arriverà solo un'eco...

Poco prima che io partissi, il Nonaddetto mi ha chiesto perchè ci andavo. Ci eravamo conosciuti da poco e anche se parlavamo di tutto questa motivazione gli sfuggiva.
"Per stare con la gente di là", ho risposto. Non avevo un lavoro preciso da svolgere, era un viaggio di conoscenza e quindi questa era l'unica cosa da fare che fosse piuttosto certa. Lui era piuttosto perplesso, io mai così convinta di qualcosa. Un viaggio "per mettere la testa fuori dall'acqua" e vedere se dopotutto il mondo che conoscevo era effettivamente una particolarità persa in qualcosa di molto più diffuso e molto meno facile, e come avrei reagito io a trovarmici in mezzo. E se dopotutto la gente era gente dappertutto e saremmo riusciti a comunicare nonostante io vivessi nella boccia dei pesci e loro fuori. Qualcosa che avevo davvero voluto da quando ero piccola, con la testa infarcita di racconti sentiti, e che stava diventando vero.

Ho fatto un corso di preparazione che è servito più che altro a caricare di entusiasmo, come molle, un centinaio di ragazzi che stavano per spargersi a piccoli gruppi in tutti gli angoli del mondo, in tutti i continenti dove ci siano posti con molta gente e pochi soldi. Alcuni dopo le scenate dei genitori, assolutamente contrari.
Una fila di vaccinazioni. La scorta di farmaci, gli antibiotici, antidiarroici, antimalarici. I pantaloni lunghi e le magliette a maniche lunghe, per la sera almeno, tutto chiaro contro le zanzare. Il piccolo dizionario di portoghese, quasi inutile, e il corso accelerato della mia coinquilina brasiliana, per poi scoprire com'è diversa la pronuncia.
E poi io e la M siamo partite. Non ci conoscevamo prima ma il caso ha scelto bene per noi.
Ah, la sensazione di salutare le famiglie e salire in treno, e guardarsi e dirsi: ma stiamo andando in Africa! E in Mozambico, destinazione scelta per noi - potevamo indicare solo il continente - e che ci aveva fatto rispolverare in fretta le cartine. Dove sta? Ah, di fronte al Madagascar. E Beira? Sta proprio nel mezzo ed è la seconda città e ci stanno la bellezza di 600mila persone.
L'emozione di vedere quell'aereo!
L'emozione di seguire il percorso sul monitor!
Rendersi conto che dopo un paio d'ore di volo, tecnicamente, sei già in questa benedetta Africa che pare sia chissà cosa e noi stiamo andando a controllare, cosa è.
E l'ingordigia di appiccicarsi al finestrino per stamparsi in testa le prime immagini, senza nemmeno capire bene cosa vedevamo ma approfittando della fugace prospettiva da aquila.





 E poi... siamo scese ed è iniziato il nostro mese di conoscenza che non è mai finito :)


20.9.12

Lessico familiare. Versione Nebbialandia

Dato che non trovo le parole per incunearmi nella realta', svellerla, interpretarla e offrire una via d'uscita, per il momento le parole le prendo a prestito e le riporto pari pari.
Laboratorio, una mattina qualsiasi. Tono: urlato, con vibrante disprezzo e pause ad effetto.

Sei una ciste!
Cretino!
Non capisci niente!
Farei meglio a scendere e prendermi il primo stronzo che passa per la strada!
Sei una scimmia!
E' meglio avere la morte in culo che te a fianco!
Sei un tumore!


La scena dura minuti interminabili. Il tutto all'indirizzo di Puntaspilli, che tace con gli occhi bassi, rigido.
E all'indirizzo mio, indirettamente, che sono li' a fianco e devo fare da pubblico: si parla a nuora perche' suocera intenda, era questo il detto?
In genere Puntaspilli non ha fatto niente di grave, spesso nemmeno sa cosa abbia fatto, e quindi come difendersi. Non reagisce perche' sa che dopo la sfuriata non succede niente di particolare, perche' ancora crede che ci sia motivo di fidarsi, perche' in ogni caso ormai vuol finire il dottorato.
A volte non ha fatto proprio niente: Lui e' nervoso per un operaio che ha sbagliato una misura da qualche parte, per esempio. O ce l' ha con me ma a me non si rivolge in quel modo, o io vado a scrivere le dimissioni seduta stante.

Sono stanca. Mentalmente e fisicamente.

Mi e' stato suggerito che, dato che trovo difficile aprire bocca per interpormi senza scatenare la terza, quarta e quinta guerra mondiale tutte insieme, potrei almeno segnalare nonviolentemente la mia totale disapprovazione per gli insulti urlati girando sui tacchi e andandomene. Vuoi rapportarti con me? Non cosi'. Questo sarebbe il messaggio. Non credo sarebbe preso bene, ma non ho davvero piu' molto da perdere. E in ogni caso, scommetto che avrebbe difficolta' a corrermi dietro e fare la scenata di fronte a testimoni di altri gruppi.